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I CORI PALESTINESI INCONTRANO LA MUSICA INTERNAZIONALE AL PALESTINE CHORAL FESTIVAL

I CORI PALESTINESI INCONTRANO LA MUSICA INTERNAZIONALE AL PALESTINE CHORAL FESTIVAL

L'estate in Palestina si anima grazie al Festival Corale Palestinese (Palestine Choral Festival), un evento itinerante organizzato dal Conservatorio Nazionale Palestinese Edward Said e dal Coro di Londra, che da diversi anni vede l'intervento di musicisti e cori provenienti da svariate parti del mondo, oltre che locali naturalmente. La riunione di così tanti musicisti e cantanti permette di organizzare numerose attività, a Ramallah e a Betlemme, a Birzeit e a Gerusalemme: concerti soprattutto, ma anche laboratori intensivi per i musicisti palestinesi più giovani, nella consapevolezza che la buona musica è sempre frutto di un buon lavoro di squadra. A Birzeit i ragazzi del prestigioso Conservatorio Nazionale Edward Said, le giovani promesse della musica palestinese,  si riuniscono per qualche giorno: "Ogni anno organizziamo un campo estivo, o anche più di uno, per i nostri studenti del conservatorio nazionale, e invitiamo anche persone esterne a venire per vivere un'intensa esperienza musicale tutti insieme. Gli studenti del conservatorio hanno lezioni lungo tutto l'anno e non hanno molte occasioni per suonare insieme in gruppo. Perciò questo campo intensivo si concentra sulla musica di gruppo, d'ensemble; abbiamo fatto lezioni sull'improvvisazione di gruppo, su come scrivere musica cioè sulla composizione, ma anche sulla composizione fatta non semplicemente usando penna e matita ma in gruppo, perciò tirando fuori idee, memorizzandole e mettendole insieme. Una delle sfide più grandi in Palestina è riuscire a far riunire la gente, a causa delle difficoltà degli spostamenti. Abbiamo studenti di Ramallah, per esempio, che non possono andare a Gerusalemme a suonare con gli studenti di Gerusalemme; perciò è molto importante averli riuniti qui a Birzeit. Qui possono davvero stare insieme, e non è scontato perchè ci sono studenti che non possono frequentarsi a causa della situazione generale" (Jay Crossland, direttore accademico Conservatorio Nazionale Edward Said).

Il livello musicale è notevole: questi ragazzi, poco più che bambini, prendono sul serio la musica; tanti strumenti, tante mani e tante voci, uniti a creare una musica che non ha bisogno di essere spiegata ma che chiede di essere ascoltata. "Per me è davvero un sogno partecipare a questo campo estivo perchè studio il violoncello e qui posso crescere e suonarlo sempre meglio. Sono anche entrata nel coro, canto da quando avevo sette anni, cioè da ormai sei anni. Ultimamente sono molto migliorata nel canto, e posso cantare in diverse lingue: arabo, francese e inglese. Questo campo è molto bello, qui siamo tutti amici e formiamo  un solo gruppo. Tutto è andato per il meglio e perciò sono molto contenta" (Jawa Barghouti, studentessa del Conservatorio Edward Said).

I maestri del conservatorio guidano i ragazzi e insegnano loro non solo a suonare insieme, ma anche a stare insieme: oltre alla bellezza, la musica porta con sè il valore dell'unità, perchè le note musicali non hanno lingua, appartengono a tutti; quando risuonano, tacciono le parole di divisione. "Noi del conservatorio nazionale palestinese Edward Said organizziamo da tanti anni questo campo estivo; possiamo farlo solo qui a Birzeit perchè nella situazione geo politica palestinese attuale è difficile incontrarsi in altri posti. Per questo abbiamo deciso di riunire tutti gli studenti del conservatorio qui, dove ci esercitiamo con gli strumenti e il canto, in ogni tipo di musica: araba, classica, corale, e tanti altri generi. Siamo contenti di poter organizzare questo incontro ogni anno perchè questi campi sono occasione per i nostri studenti di divertirsi e imparare, tutti  insieme" (George Ghattas, maestro di musica).

Se per i musicisti palestinesi è difficile spostarsi da una cittadina all'altra della loro piccola nazione, non incontrano certo le stesse difficoltà di movimento gli importanti cori stranieri che per intervenire a questo festival hanno volato da un continente all'altro. Dall'Inghilterra, dalla Francia e dall'Australia, sono venuti a dare il loro contributo ai numerosi concerti in cui le voci straniere si sono mischiate a quelle palestinesi. Vicino a Betlemme, nella chiesa parrocchiale di Beit Jala, c'è stata una delle esibizioni del coro del St Peter's college dell'università inglese di Oxford: il canto, accompagnato dalla melodia di archi suonati da mani esperte, ha suscitato entusiasmo e applausi scroscianti. A dimostrazione ancora una volta che la musica è un luogo di incontro, di ascolto e di apprezzamento dell'altro, dove le diversità superficiali si compongono nell'universalità dell'arte e dello spirito.

"La cosa importante che si sperimenta in questa parte di mondo è la diversità delle persone, rispetto a quelle che si incontrano a Oxford. I problemi che affrontano sono molto diversi dai problemi che affrontiamo noi una volta tornati a casa. E quando si vive e si lavora con persone come queste, si comincia a provare empatia e a capire le particolari vicende che devono affrontare, e sto parlando di entrambe le parti coinvolte. é molto importante per i giovani inglesi, quando studiano le materie del loro corso di studi, che spesso sono materie molto accademiche, capire che in realtà la cosa più importante che si possa imparare è capire come le persone lavorino e collaborino tra di loro; è questo è il motivo per cui siamo qui" (Jeremy Summerly, direttore musicale del coro del Saint Peter's College di Oxford).

È bello vedere questi talentuosi giovani universitari inglesi cercare sinceramente di capire questo piccolo e strano mondo in cui si sono immersi per qualche tempo, e soprattutto cercare di entrare in relazione con i loro omologhi palestinesi, così simili nei sogni e nelle passioni ma così diversi nelle possibilità.

"Cantare al Palestine Choral Festival per me significa esibirmi in una parte completamente nuova del mondo, in un ambiente totalmente diverso da quello a cui sono abituato, e significa anche cantare di fronte a persone che non ascoltano necessariamente questo tipo di musica. Lavorare con i cori locali e con i musicisti del posto è stata un'esperienza davvero toccante perchè la musica è diventata la porta d'accesso ad una cultura completamente nuova" (Sam Buttler, coro del Saint Peter's College di Oxford).

"Per me il Palestine Choral Festival è davvero fantastico perchè riunisce così tante persone da tutto il mondo, provenienti da luoghi molto lontani. Credo che la musica sia un grande livellatore e che porti unione all'interno delle comunità. Ci siamo divertiti molto a cantare in questi luoghi, e le ultime due settimane sono state davvero belle: abbiamo visitato e imparato a conoscere la Palestina e l'area circostante, e ci siamo fatti nuovi amici" (Alexandra Halliday, coro del Saint Peter's College di Oxford).

"Cantare in Palestina è davvero speciale per me; questa è un'area del mondo provata davvero da tanti conflitti e da moltissime difficoltà, ma quando facciamo musica portiamo pace alla gente, felicità e gioia, e uniamo le persone; e penso che questo sia il motivo per cui il festival di cori è così speciale, perchè porta pace ad una regione che solitamente ne vede veramente poca" (James McEvoy Stevenson, coro del Saint Peter's College di Oxford).

Gli intensi giorni del festival sono confluiti nell'esibizione finale di tutti i partecipanti. Il concerto conclusivo si è tenuto nel grande auditorium dell'altrettanto grande università di Birzeit, dove per una sera note straniere e melodie familiari sono risuonate insieme.

"Questo è stato un festival di cori, sono venuti cinque importanti cori da diverse parti del mondo invitati dal Coro di Londra, ed hanno collaborato con più di quaranta cori locali. Ci sono stati più di quaranta concerti durante questi dieci giorni, e molti workshops con cantanti e cori, palestinesi e internazionali. È stato davvero un grande progetto con un'importante collaborazione tra cori palestinesi e cori internazionali. Speriamo che tutto questo apra le porte a sempre più numerose attività musicali in Palestina" (Suhail Khoury, direttore generale del Conservatorio Nazionale Palestinese Edward Said).

Nell'allegria della festa conclusiva, stride l'assenza del coro dei giovani di Gaza, invitato allo spettacolo: il loro palco è rimasto vuoto, ma le loro voci sono ugualmente risuonate. "Abbiamo lanciato il cd del coro dei ragazzi di Gaza. I ragazzi di questo coro non sono potuti venire a Ramallah o a Birzeit stasera, perchè gli israeliani non hanno loro permesso di lasciare Gaza. Abbiamo provato a stabilire un contatto con loro; non è riuscito molto bene, ma stasera abbiamo comunque fatto ascoltare la loro musica attraverso il cd e siamo molto contenti di lanciare il primo cd di questo coro, e speriamo che li renda famosi" (Suhail Khoury, direttore generale del Conservatorio Nazionale Palestinese Edward Said).

Certo è triste constatare che nemmeno in un'occasione così bella si riescano a scalfire l'ottusità dei divieti, ma per fortuna la musica viaggia nell'aria, e non deve attraversare i check point per giungere alla gente e donar loro libertà e bellezza.

LA MEMORIA DI SANTA MARIA MADDALENA ELEVATA A FESTA

LA MEMORIA DI SANTA MARIA MADDALENA ELEVATA A FESTA

E’ la prima volta che il centro Maria di Magdala, situato proprio a Magdala sulle sponde del lago di Tiberiade, ospita una celebrazione aperta a tutti. Sono i primi passi di questo centro che giorno dopo giorno va crescendo. La novità di quest’anno è data dalla liturgia: il Santo Padre infatti ha elevato la memoria di santa Maria Maddalena a festa per tutta la Chiesa. "Quest’anno 2016 per la prima volta la memoria liturgica di santa Maria di Magdala si celebra come festa per tutta la chiesa universale. Ovviamente qui a Magdala la celebriamo con particolare solennità e gioia ed è appunto per questo motivo, voluto da papa Francesco, che abbiamo voluto fare una festa particolarmente grande, invitare tutte le chiese locali della Galilea, le scuole cattoliche; come potete vedere abbiamo tanti tanti visitatori e tanti fedeli che vogliono celebrare con noi e con tutta la chiesa" (Padre Juan Solana).

Non tutti forse sono in grado di apprezzare la novità che si è prodotta nell’annuale ricorrenza: "Era una memoria, adesso è festa, cioè dal punto di vista liturgico è un grado superiore e, in fondo, tra quelli che hanno accompagnato Gesù solo gli apostoli finora avevano ottenuto il grado di festa. Da oggi in poi possiedono il grado di festa non solo gli apostoli, ma anche quella che è stata chiamata l’apostola presso gli apostoli, e cioè santa Maria Maddalena" (Monsignor Giacinto Marcuzzo).

Gli ampi spazi del centro Maria di Magdala hanno accolto i pellegrini. La celebrazione eucaristica si svolge nella nuova Chiesa, la prima e finora l’unica parte ultimata dell'intero complesso. Sull’ingresso c’è la scritta “Duc in altum”, citazione evangelica ripresa da Giovanni Paolo II per il giubileo del 2000. La parte più originale dell’edificio sacro, che si apre sul lago distante pochi passi, è l’altare costituito da una barca, con il tabernacolo, la lampada dei pescatori, la rete e l’albero a forma di croce. Tutto serve a ricreare l’ambiente vissuto da Gesù con gli apostoli sulle sponde e sullo specchio di questo lago. Ma qui siamo a Magdala, e la memoria passa dagli apostoli  a Maria, questa discepola di Gesù che ha tanto spazio nel Vangelo. "La santa Maria Maddalena di Magdala non è la peccatrice per antonomasia, come spesso si sente dire; è certamente, invece, una donna alla quale Gesù ha fatto molto bene, infatti il Vangelo dice che Gesù ha fatto uscire sette demoni da lei e cioè ha fatto uscire da lei il male. Che tipo di male non ci è dato sapere, se male fisico, morale, eccetera. In ogni caso, Maria Maddalena è stata certamente una persona, ed è questo il punto sul quale la liturgia oggi insiste molto: aver tanto amato Gesù, aver seguito Gesù fin sotto la croce e averlo accompagnato fino alla tomba; e alla tomba pregava, sostava, vegliava, ed è la prima persona ad aver visto Gesù risorto, e infatti è stata proprio lei ad aver annunciato questo straordinario avvenimento agli apostoli. "Ho visto il signore!": la prima persona che ha pronunciato questa famosa frase, che noi oggi tanto usiamo, è proprio Maria Maddalena" (Monsignor Giacinto Marcuzzo, vescovo ausiliare di Nazareth).

La celebrazione si svolge come al solito, con preghiere e canti, con una partecipazione molto sentita dai fedeli, che si sentono accolti in questo suggestivo luogo, sicuramente atteso da uno splendido futuro. "Sì, io credo che questo luogo potrà aiutare a far crescere la devozione verso Maria di Magdala, ma è ancora più importante che attraverso l'esempio di questa santa le persone possano incontrare Gesù. Lei ci insegna come aprirsi al potere salvifico di Gesù, al suo amore incondizionato, e allo stesso modo i visitatori potranno venire qui e incontrare Gesù. Quindi intendiamo presentare Maria Maddalena come un modello, un esempio ed un intercessore, affinché ogni persona sperimenti l’amore incondizionato di Gesù" (Jennifer Ristine, direttrice Istituto Maria Maddalena).

Stare e pregare in questi luoghi biblici, in questi luoghi santi, aiuta certamente a riflettere e a ripensare alla propria vita, ma anche a ritrovare la forza per riprendere il cammino. "Credo che Maria Maddalena sia una testimonianza molto forte per noi, un esempio del perdono che dobbiamo non solo agli altri ma anche a noi stessi; Dio l’ha perdonata, Dio l’ha liberata dal male, qualsiasi esso sia stato; ma non solo: lei si è lasciata perdonare, lei si è lasciata trasformare; è così che poi la vediamo seguire Gesù fino all’incontro con il Risorto, pienamente libera" (Padre Juan Solana).

UN NUOVO MOSAICO PER LA CHIESA DI SAN PIETRO IN GALLICANTU A GERUSALEMME

UN NUOVO MOSAICO PER LA CHIESA DI SAN PIETRO IN GALLICANTU A GERUSALEMME

Il Santuario di San Pietro in Gallicantu a Gerusalemme si trova sulla sponda destra del Cedron, poco sotto il Cenacolo, ed è costruito sul luogo identificato fin dai primi secoli come  la casa di Caifa. Come ricorda il Vangelo, dopo il suo arresto al Getsemani nella notte tra il giovedì e il venerdì santo, Gesù venne condotto legato alla casa di Caifa e qui venne interrogato, deriso e condannato dal Sinedrio.

Il vespro inizia all’aperto, e poi prosegue attraverso il nuovo percorso che conduce alla strada romana che ancora riemerge tra le rovine del sito. E’ davvero suggestivo salire quegli stessi gradini percorsi da Gesù una prima volta discendenndo dal cenacolo vero il Getsemani, e una seconda volta dopo il suo arresto per essere condotto alla casa di Caifa. Proprio dove termine la scala romana c’è un piazzale con un gruppo statuario molto realistico, che ripresenta la scena qui avvenuta. Mentre Gesù era sotto interrogatorio, Pietro stava nel cortile della casa a scaldarsi al fuoco, quando una giovane portinaia sembra riconoscerlo come un discepolo di Gesù. Pietro lo nega decisamente, e ripete per tre volte di non averlo mai conosciuto. E a quel punto il gallo canta, e Pietro si ricorda che poche ore prima Gesù gli aveva annunciato il suo rinnegamento.

La chiesa di san Pietro in Gallicantu ha origini antiche, infatti il pellegrino di Bordeaux dice di averla visitata nel 333. Questo luogo ricorda il rinnegamento di Pietro, ma soprattutto il suo ravvedimento, la sua conversione definitiva a Cristo, attraverso il pianto amaro che qui ebbe inizio. La stessa scena è rappresentata sul portale del santuario: "Questo portale ricorda che durante l’ultima cena Gesù aveva annunciato che sarebbe partito e che per il momento i discepoli non avrebbero potuto seguirlo. Pietro allora aveva giurato che, se anche tutti lo avessero abbandonato, lui no, sarebbe stato pronto ad andare in prigione e a morire insieme a Gesù. Gesù allora gli aveva detto: “Sei troppo sicuro di te stesso, Pietro, prima che il gallo canti la prima volta, tu mi avrai già rinnegato tre volte”. Questo esprime il portale. I fatti sono accaduti esattamente qui, ed è per questo che sulle icone si rappresenta sempre il gallo su una colonna, perché è Gesù a parlare del gallo" (Padre Alain Marchadour, Monastero dei Padri Assunzionisti).

I fedeli poi sono entrati all’interno del santuario. Nell’omelia è stata evidenziata la grandezza di Pietro che qui ha iniziato la conversione poi completata con l’effusione dello Spirito Santo nella Pentecoste: "San Pietro con il Santo Spirito che Gesù ha soffiato sugli apostoli il primo giorno della resurrezione, ha cominciato a credere in Gesù, non solamente che è risorto, è più che risorto; ha creduto che Gesù è una sola cosa con il padre, è mandato dal padre, è il figlio di Dio, e questa è la bellezza, la bellezza che san Pietro ha conosciuto davvero chi è Gesù  Cristo" (Monsignor Jules Zerey, chiesa greco ortodossa).

La celebrazione dei vespri è stata anche l’occasione per benedire il nuovo mosaico che verrà a completare la bellezza di questa chiesa. In questa chiesa dove tutto è sotto il segno della croce, in quest’anno dedicato alla misericordia, si è voluto aggiungere alle decorazioni già presenti, una crocifissione: sulla sinistra Maria, la madre che stava sotto la croce, e sulla destra Giovanni, l’apostolo prediletto. Al centro il Crocifisso, non nudo e sofferente, ma con le vesti sacerdotali e la corona di gloria sul capo, quale sommo Sacerdote della divina Misericordia. "Questa icona trova collocazione su un grande vuoto che si trova in fondo alla chiesa, dove prima c’era Maria regina dei martiri, e chiaramente questo vuoto aspettava di essere completato da queste icone, che rappresentano Cristo in croce con Maria e Giovanni" (Padre Alain Marchadour, Monastero dei Padri Assunzionisti).

Il nuovo mosaico, con i suoi splendidi colori, non è ancora posizionato al suo posto: è stato portato qui provvisoriamente perché non è ancora del tutto completo, e dovrà tornare nel laboratorio di Gerico per gli ultimi ritocchi. Tuttavia tra poche settimane i pellegrini in visita a san Pietro in Gallicantu lo potranno ammirare nella sua sede definitiva, e contribuirà a riscaldare l’atmosfera spirituale che in questo santo luogo si avverte.

 

ORDINAZIONE PRESBITERIALE ALLA DOMUS GALILAEAE: DAL BRASILE PER LA CHIESA DEL PATRIARCATO LATINO

ORDINAZIONE PRESBITERIALE ALLA DOMUS GALILAEAE: DAL BRASILE PER LA CHIESA DEL PATRIARCATO LATINO

Siamo alla Domus Galilaeae, affacciata sul lago di Tiberiade, per l’Ordinazione Sacerdotale di Matteo. Il nome integro è Mateus Brun Maciel, nome che rimanda chiaramente al suo paese di provenienza, il Brasile; sono venuti infatti da questa lontana nazione i genitori, il fratello, parenti ed amici. La particolarità di questa Ordinazione sta nel vedere un brasiliano diventare sacerdote per la Chiesa di Terra Santa: lontano mille miglia dalla patria di origine, sarà incardinato e a disposizione del Patriarcato latino per la cura dei cristiani arabi. Ecco perché la celebrazione avviene in arabo, sua lingua adottiva; sono presenti tanti sacerdoti locali e fedeli, per i quali Matteo è ordinato e che costituiranno il suo campo di apostolato. La celebrazione è presieduta da monsignor William Shomali ed è ben preparata i tutti i dettagli. Lo si nota già nell’allestimento della chiesa, e anche durante il canto d’ingresso, quando i giovani seminaristi del Redemptoris Mater fanno sentire le loro capacità canore, ma soprattutto la vicinanza di fede al compagno che oggi raggiunge la meta. L’ordinazione sacerdotale è sempre una celebrazione che tocca nel profondo, perché ci mette davanti alla profondità della vocazione, della relazione instaurata tra Cristo e il Sacerdote, e tra il Sacerdote e la Chiesa. Tutti i presenti ne vengono coinvolti intimamente, nessuno escluso.

E’ questo sentimento di compartecipazione che palpita nell’aria e lo si avverte soprattutto quando inizia il rito vero e proprio di ordinazione. Dopo la domanda al rettore circa le garanzie sulla preparazione, è il momento dell’eccomi, quell’eccomi che conclude un cammino di pronunciamenti in favore di Gesù che hanno accompagnato il percorso di Matteo giorno dopo giorno. Poche le parole del Vescovo nell’omelia, perché il rito stesso è già molto espressivo. Alle domande sulle intenzioni e la coscienza che lo guidano all’offerta di sé per il Sacerdozio, il candidato risponde ripetutamente e con forza il suo: Sì, lo voglio. Si avvicina al Vescovo e mettendo le sue mani nelle mani di lui, professa obbedienza perenne all’autorità ecclesiastica.

Si sta avvicinando il momento più alto: Matteo si prostra a terra trepidante invocando l’aiuto divino. Le litanie dei santi, invocazione dopo invocazione, scandiscono questo tempo di preghiera che pervade tutta l’assemblea. Matteo si alza e si avvicina al Vescovo, che nel più assoluto silenzio gli impone le mani: questo gesto essenziale e biblico significa e realizza la discesa dello Spirito che opera la nuova creazione, quella presenza di Cristo nel Sacerdote che prima non era e adesso c’è, con tutta la potenza della redenzione. Immobile nel mezzo della chiesa, il nuovo sacerdote riceve l’imposizione delle mani di tutti i presbiteri, in segno di unità di consacrazione, perché uno solo è il Cristo Sacerdote presente e operante in ciascuno.

Il novello sacerdote riceve la casula, la veste sacerdotale per le celebrazioni liturgiche, e poi in ginocchio, dalle mani del Vescovo, il pane e il calice, per l’Eucaristia che per la prima volta Matteo celebrerà oggi da Sacerdote e continuerà a celebrare nei giorni a venire come fonte e vertice di tutto il suo servizio sacerdotale. L’abbraccio di pace con gli altri presbiteri conclude il rito di ordinazione, nella rinnovata esperienza dell’unico pastore che è sempre in mezzo agli altri e continua a pascere il gregge che è suo. La Messa prosegue con l’attenzione al nucleo della stessa, all’ Eucaristia, ma allo stesso tempo con l’occhio vigile sul novello sacerdote, che dal suo posto si unisce timido e quasi confuso al grande mistero che si va compiendo con la sua bocca e la sua mano. Abbiamo un nuovo sacerdote, abbiamo una nuova testimonianza della presenza di Dio in mezzo a noi. E’ la gioia inesprimibile, che il mondo non può conoscere, ma invece conoscono bene i discepoli di Cristo, e tutti sperimentano in questa eccezionale liturgia che si avvia a concludersi con la Comunione. Il Sacerdote è per la Chiesa e il Cristo è per il Sacerdote, sembra dirsi il novello prete mentre fa la sua prima comunione da Sacerdote.

In sacrestia, mentre fuori si canta e si balla in santa allegria, chiediamo che cosa prova un Vescovo nel consacrare un Prete: "Un altro cristo nasce per la Chiesa per darei sacramenti, un nuovo pastore. Ogni nuova ordinazione è una emozione per il vescovo stesso, per i genitori, che sono venuti dal Brasile, tramite i canti la gioia, ogni anno augro dia nuovi sacerdoti alla chiesa di Gerusalemme" (Mons. William Shomali).

E lui, il nostro Matteo, nei minuti intensi e pieni di mistero dell’Ordinazione, ha ripassato il cammino che lo ha condotto fin qui, ha rivissuto gli attimi più intensi di scoperta e di fedeltà a Colui che lo ha chiamato: "Per me è causa di emozione enorme essere in questa casa perché sono venuto qua per riscoprire la vocazione e ho sentito la chiamata forte del Siginnore, ho sentito i miei fratelli, la chiamata ad esser qua nella terra di Gesù per la nuova evangelizzazione. Sono grato per i fratelli, che sono la mia famiglia, con cui compio questo cammino di iniziazione cristiana" (Mateus Brun Maciel, novello presbitero).

Il sole tramonta, ma la luce di questo giorno no, rimane nel cuore, nel ricordo, e soprattutto nella grazia che continuerà a scendere su questo mondo attraverso il Sacerdozio ministeriale.

LE CORALI DELLA PALESTINA A TAYBEH

LE CORALI DELLA PALESTINA A TAYBEH

Taybeh ospita il convegno dei cori parrocchiali provenienti da tutta la Palestina, da Ramallah, da Betlemme, Gerusalemme e da altri villaggi minori. Un’intera giornata dedicata al canto e ai cantori, con lezione formativa e celebrazione eucaristica al mattino, e nel pomeriggio le esibizioni e le premiazioni dei vari cori. Coro e canto sono intimamente legati alla liturgia cristiana: esprimono la natura essenzialmente gioiosa che deve caratterizzare ogni celebrazione. "Stamattina nella lezione che ho dato a loro ho parlato del senso della liturgia, ho spiegato che la liturgia è un’azione dove Cristo è il protagonista principale. Con la sua presenza lui è il nostro capo e prega con noi, è il nostro mediatore e prega per noi, è il nostro Dio che ascolta ed esaudisce le nostre preghiere. Dunque la liturgia è la salvezza in atto, e quando la liturgia è ben preparata, le letture sono ben proclamate, ben spiegate con un’omelia appropriata, e con canti che riflettono il senso delle letture, la liturgia diventa veramente una vera celebrazione e una vera festa" (Monsignor William Shomali).

Alla catechesi sul valore del canto sacro è seguita l’Eucaristia, dove le parole del vescovo hanno subito trovato applicazione pratica: la gioiosità della celebrazione è stata bene espressa dal coro di Taybeh, formato da voci maschili e femminili. Ragazzi e adulti ne fanno parte, a dimostrazione dell’interesse che riscuote tra la popolazione, nonostante l’assiduo impegno richiesto. "Noi del coro di Taybeh ogni giorno facciamo una prova di due ore, e quando ci sono circostanze particolari prove più intense. Il coro è formato da circa 30 membri, ed ha avuto la fortuna di partecipare alla canonizzazione in Vaticano di Maria Alfonsin. Ha preso parte anche alla visita del Papa a Betlemme e in Terra Santa, e prima ancora alla beatificazione di Maria Alfonsin. Ci sono stati altri importanti eventi a cui abbiamo partecipato. Credo che il coro di Taybeh abbia ormai un'importanza storica, e trova il suo specifico ruolo nel dare solennità alle messe; naturalmente cantiamo nelle messe qui a Taybeh, per le feste e in alcune serate per Natale e Pasqua. Cantiamo insieme con gioia e la partecipazione al coro è per noi un arricchimento" (Suor Leonie Salem, direttrice del coro parrocchiale di Taybeh).

Pranzo insieme nelle sale dell’oratorio, e poi ultimi preparativi per il momento clou della giornata, e cioè l’esibizione di ogni coro con un inno tratto dal nuovo libro dei canti, che oggi viene presentato in questo magnifico contesto. L’attesa è stata lunga perché ogni coro, con l’aiuto di padre Ibrahim Nino, ha voluto provare nuovamente il proprio pezzo per dare il meglio di sé nel concerto imminente. Ben undici corali si sono esibite, cantando con l’emozione delle grandi occasioni e con il coinvolgimento derivante dall’alto significato spirituale dei testi. Ad ogni esibizione è seguita la valutazione di tre giudici d’eccezione, il vescovo William Shomali, suor Lucy Jadallah, direttrice della scuola delle Suore del Rosario a Beit Hanina, e Hanya Sudah Sabbara, membro del comitato liturgico che ha selezionato i canti per il nuovo libro. La tensione del debutto è stata compensata da un pubblico entusiasta e da un clima di festa. "Non si è trattato soltanto di una competizione ma soprattutto di un’occasione per tutti i cori di incontrarsi, di imparare gli uni dagli altri, e di ascoltare i nuovi inni aggiunti nel nuovo libro. Personalmente, mi sento privilegiata di essere membro del Consiglio per la liturgia che ha lavorato sul libro degli inni, ed è stata per me una grande gioia vedere tutti questi cori riuniti, alcuni dei quali non hanno musicisti che li possano aiutare: hanno dimostrato impegno nell’imparare inni qualche volta complessi, ed è stato molto coraggioso da parte loro esibirsi e cantare le nuove canzoni; di questo sono molto contenta" (Hanya Sudah Sabbara, Comitato Liturgico).

Colpisce vedere la numerosa ed entusiasta partecipazione dei più giovani, che prendono parte volentieri a questa occasione di ritrovo e condivisione, e che, soprattutto, sanno integrare festa e preghiera in una felice sintesi: "Mi chiamo Hanen Rayyan della parrocchia di Ramallah, Santa Famiglia. Siamo qui per unire insieme tutte le canzoni religiose e tutti i cori della Palestina. A me piace tanto cantare: sento che mi da una pace interiore, mi rende serena. Quando cantiamo e quando ascoltiamo gli altri cantare nasce in cuore un sentimento molto intenso" (Hanen Rayyan, coro di Ramallah).

"Ciao, mi chiamo Pamela Adawar della parrocchia Santa Famiglia a Ramallah, vengo qui al convegno dei cori perché incontriamo tutta la Cisgiordania, formiamo un unico amore, un unico spirito, e così glorifichiamo il nome di Dio sapendo che chi canta prega due volte. Grazie" (Pamela Adawar, coro di Ramallah).

Qui in Palestina il canto è soprattutto sacro, ed è radicato nella tradizione e nella formazione alla fede ancora oggi: "Mi chiamo Jena. Vengo dal villaggio di Jefna. Nel nostro villaggio siamo come una famiglia, andiamo in chiesa ogni domenica e preghiamo. Naturalmente facciamo tutti parte del coro, io da 5 anni, e altri da 30. Siamo persone semplici e per questo ci piace pregare e cantare. Con noi ci sono alcuni che fanno parte da tanti anni del coro. Il canto corale è una tradizione radicata nel nostro paese, in particolare in occasione delle feste, e penso che questo sia anche un'espressione della nostra cultura. Ci piace cantare per dare espressione ai nostri sentimenti. Abbiamo canti molto antichi, conosciuti da lungo tempo, da quando eravamo ancora piccoli. Il coro gioca un ruolo considerevole nella chiesa e incoraggia bambini e ragazzi a cantare, cioè a compiere sforzi positivi per pregare ed esprimere il proprio amore verso Dio" (Jena, coro di Jefna).

Il convegno delle corali sta per chiudersi, è insieme alla nostalgia, ci sono i nuovi progetti, l’aspirazione ad un coro che dia maggiore espressione alla terra palestinese. "Speriamo di poter replicare spesso questo evento, idealmente una volta all’anno. Possiamo così conoscerci meglio gli uni gli altri, e arrivare a formare un unico coro che possa rappresentare la Palestina ovunque nel mondo" (Najib Khoury, coro di Taybeh).

Con questo bell’augurio si conclude la giornata dei cori della Palestina, con un arrivederci al prossimo incontro, con nuovi canti e, perché no, nuovi cori.

 

 

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