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A-SHAM, UN FESTIVAL PER LA CUCINA LEVANTINA

A-SHAM, UN FESTIVAL PER LA CUCINA LEVANTINA

Un festival alimentare con tema dedicato ai piatti cosiddetti ‘levantini’, riguardanti l’area geografica che va da Aleppo fino al Neghev, includendo Libano e Giordania. Lo scopo è di salvaguardare, o meglio di recuperare alcuni cibi tipici dell’area descritta. Sede del Festival è Haifa, la popolosa e bella città situata sull’omonimo golfo. Sono stati scelti 30 piatti, assegnandone uno a ciascuno dei ristoranti partecipanti. Si tratta di piatti tradizionali considerati poveri e lasciati da parte in una società che, arricchendosi, si è aperta a gusti più sofisticati: "Il primo obbiettivo del festival è riportare alla luce cibi che la gente non cucina più, perché sono molto buoni, gustosi e anche sani, ma in qualche maniera la gente li ha dimenticati, perché richiede tempo la preparazione, perché oggi è più semplice scongelare una pizza surgelata che preparare questi piatti. Il festival attrae sia arabi che ebrei, gli uni perché vogliono conoscere questi piatti, dei quali hanno sentito parlare, ma forse non li hanno  mai assaggiati; gli altri perché vogliono saperne di più sulla cultura araba di quanto ne sanno ora" (Nof Atamna-Ismael, coodirettrice artistica A-sham).

Alcuni di questi piatti sono conosciuti anche in Occidente, altri assai meno o nulla: "La maggior parte dei piatti che abbiamo qui non sono così famosi. Lo furono, ma ora sono nel dimenticatoio. Prendiamo per esempio un piatto chiamato Kakawader (o Rishta), una sorta di pasta araba, fatta di lenticchie, olio, coriandolo e aglio; un altro è la Rumania, per esempio, di Gaza. Sono piatti sani, alcuni sono vegani, ed ora la gente è molto interessata a quel genere di cucina" (Nof Atamna-Ismael, coodirettrice artistica A-sham).

Per ridare spazio a questi alimenti, è stato suggerito ai vari chef di modernizzare l’antico piatto: "Abbiamo ripreso ad esempio il più tipico piatto della cucina araba, l’hummus, e abbiamo invitato chef ebraici provenienti da ristoranti di spicco, chiedendo loro di portare il proprio omaggio a questo piatto, di proporre una personale rivisitazione, dimostrando che non è solamente uno " (Nof Atamna-Ismael, coodirettrice artistica A-sham).

Levantino significherebbe principalmente arabo, ma al festival più numerosi sono stati gli ebrei, visitatori e chef che hanno ospitato piatti tipici nei loro ristoranti. Si è visto in sostanza che in questo territorio, spesso separato, la cucina sta diventando sempre più uno spazio comune: "In questo festival ci sono stati diversi chef israeliani che sono venuti qui apposta per concentrarsi sull’Hummus, e hanno creato delle coperture per l’Hummus. Lavorare insieme nelle cucine dei ristoranti fa sì oggi che gli chef israeliani ed arabi influenzino vicendevolmente le loro cucine. Ora c’è il problema per alcuni di come chiamare questa cucina: la chiamiamo israeliana o palestinese? In realtà è una mescolanza. Se uno cerca speranza in questa zona, deve trovarla nella cucina, sicuramente” (Illah, giornalista esperta di cucina).

Il Festival ha ottenuto ottimi risultati di numeri e di interesse, ed ha ampiamente raggiunto lo scopo di essere una vetrina di cultura e di cucina. Ma ha ottenuto un’altra inattesa affermazione: "Portare la gente a stare insieme attraverso il cibo – devo ammetterlo – non è uno scopo di questo festival, ma è un qualcosa che è accaduto ugualmente… Per me è stato un successo completo! Ammetto che non si misura la riuscita attraverso i soli numeri, anche se i posti erano completi e tutti i commercianti ne sono stati molto soddisfatti! Ma questo meeting sia per l’interesse dimostrato sia per la sensazione che mi han lasciato i visitatori, che hanno chiesto, che si sono interessati, che hanno appreso qualcosa di nuovo, arabi ed ebrei, questo per me è il vero successo!” (Arieh, coodirettore artistico di A-sham).

Tanti i gruppetti incontrati per strada, che tenevano in mano il foglio illustrativo con la mappa, in cerca dei ristoranti che avevano esposto il numero di adesione al Festival: “Ho saputo di questo festival perché vivo e lavoro qui vicino. Mi ha interessato il cibo. Mi sta piacendo! Ordineremo qualcosa di pesce o forse vorrei chiedere il piatto speciale che loro hanno nel menù” (Alon di Haifa, visitatore).

Piatti tipici e prodotti tipici: il festival ha dato spazio anche ad alcune aziende che aderiscono ad una visione solidale della produzione: Siamo una organizzazione della Galilea produttrice di olio d’oliva. C’è una storia interessante dietro il nostro prodotto: siamo donne arabe ed ebree che lavorano assieme promuovendo la cooperazione e la pace nella nostra regione. Abbiamo un olio prodotto in collaborazione con una organizzazione di commercio-equo italiana. Abbiamo miele, olio, zatar. Tutto il fatturato derivante dalla nostra produzione è destinato a finanziare la promozione della condizione delle donne arabe in Israele e dei produttori arabi in Israele. Potete trovare i nostri prodotti anche in Italia ed abbiamo ottime collaborazioni con diverse organizzazioni italiane. Produciamo anche mandorle e prodotti in legno di ulivo. Vendiamo il nostro olio d’oliva in tutto il mondo, Europa, Usa, Giappone, Taiwan. La nostra speranza è che il nostro progetto possa estendere la collaborazione tra le due popolazioni qui presenti” (Hadas Lahav, commerciante partecipante ad A-sham, general manager di Sindyanna of Galilee).

Haifa è forse la città israeliana dove meglio si respira la pacifica convivenza. In questa occasione il cibo si è rivelato come un elemento vigoroso di unità tra i popoli: "Penso che il cibo sia un potente mezzo per conoscere qualcuno: se voglio che tu mi conosca, io ti invito a casa mia e tu mangi il mio cibo, che è parte del mio modo di essere! È come se tu stessi assaporando una parte del mio ! Il cibo ha il forte potere di unire: a volte c’è gente della tua stessa famiglia che tu non apprezzi, ma quando ti invitano a mangiare ci vai ugualmente se cucinano bene! Il cibo ha il potere di portare le persone vicino! Io penso che attraverso il cibo si possano far incontrare anche arabi ed ebrei. Qui la gente non sta usando i coltelli per combattere, li stanno usando per procurare piacere gli uni agli altri! Questa è la via scelta da noi chef, quella di portare piacere attraverso i coltelli, non di usarli per combattere! Credo anche che combinare insieme chef arabi ed ebraici sia un modo per dire . Quando ieri stavo camminando per strada è ho notato la mescolanza pacifica delle due etnie che siamo riusciti a creare, sono scoppiata in lacrime. Penso che abbiamo trovato la formula magica per interessare ambo le parti" (Nof Atamna-Ismael, coodirettrice artistica A-sham).

CONFERENZA STAMPA DEL PATRIARCA DI GERUSALEMME

CONFERENZA STAMPA DEL PATRIARCA DI GERUSALEMME

Conferenza stampa del Patriarca di Gerusalemme Fouad Twal in prossimità del Natale. Il suo messaggio è sempre molto atteso per l’importanza che la Terra Santa riveste in ambito internazionale, in particolare in questo momento storico così complicato.

Ed è da questo aspetto negativo che il messaggio ha preso l’avvio.

Il Patriarca si è soffermato sulla Terra Santa insanguinata da un conflitto che si trascina da troppi anni: siamo stanchi, basta, è il lamento ripetuto dal Patriarca.

Ma purtroppo alzando lo sguardo lo spettacolo è tutt’altro che migliore, perché il mondo intero è sottoposto ad una minaccia terroristica senza precedenti.

Il Natale meravigliosa festa di luce è compromesso da un mondo che, direttamente o indirettamente, continua a fare la guerra.

La Chiesa ha una soluzione?

La risposta, prosegue il Patriarca, è il giubileo della Misericordia. La Misericordia è il rimedio ai mali del nostro tempo. Non si limita alle relazioni individuali, ma riguarda tutti i settori della vita, pubblica, economica, culturale, sociale, anzi è l’atto politico per eccellenza perché si oppone alla violenza, all’oppressione all’ingiustizia e allo spirito di sopraffazione.

Tornando alla situazione della Chiesa di Terra Santa, il Patriarca ricorda il problema delle scuole cristiane in Israele, osteggiate e difese; ringrazia il Presidente israeliano e molti membri della Knesset che si sono adoperati in loro difesa.

Ricorda inoltre il 50° del documento Nostra Aetate che ha posto le basi del dialogo, che qui in Terra Santa riveste un’importanza fondamentale.

Infine per una celebrazione del Natale che sia allo stesso tempo di gioia e di solidarietà con tutte le vittime della violenza e del terrorismo, lancia l’invito a spegnere per 5 minuti le luci dell’albero di Natale.

Riassumendo l’anno 2015 che si avvia al tramonto, Mons. Fouad Twal  chiude ringraziando il Santo Padre per più motivi: la canonizzazione delle due sante palestinesi, il Sinodo sulla Famiglia; la semplificazione delle procedure di annullamento del matrimonio; lo storico accordo bilaterale tra Palestina e Santa Sede, e per l’Enciclica Laudato sii sulla salvaguardia del creato e dell’ambiente.

APERTURA DELLA PORTA SANTA A GERUSALEMME

APERTURA DELLA PORTA SANTA A GERUSALEMME

 

L’anno della Misericordia si apre anche in Terra Santa. A Gerusalemme oggi l’apertura della prima Porta di Misericordia, presso la chiesa dell’Agonia al Getsemani.

“Oggi nella città santa di Gerusalemme si apre la porta santa in questa basilica del Getsemani, che ricorda l’agonia di Gesù. Per noi che viviamo qui nella terra santa è un grande segno di speranza. Sappiamo che Cristo è la porta. Ma  noi tutti che viviamo qui tra la paura, le guerre, in mezzo a tante difficoltà, la gente nostra ha tanto bisogno di una parola di speranza, di qualcuno che ci aiuti a sperare. Cristo è la porta e la nostra speranza. Siamo sul Monte degli Ulivi. Sant’Antonio di Padova chiamava questo Monte il monte della Misericordia Per noi è un grande regalo che gli ordinari di Terra Santa abbiano scelto la basilica del Getsemani per l’anno giubilare. Inoltre siamo di fronte alla porta dorata, chiamata anch’essa porta della misericordia. Tutti i pellegrini che verranno a questo santuario certamente avranno l’opportunità di entrare per la porta. Ma come dico di nuovo: la porta è Cristo Redentore ieri, oggi e sempre” (fra Benito, Comunità Francescana del Getsemani).

Mentre all’interno della Basilica i fedeli hanno pregato nell’attesa dell’apertura, all’esterno altri hanno camminato attraverso la Città Santa, mostrando anche visivamente il loro accorrere verso il luogo della Misericordia. Molti i sacerdoti concelebranti con il Patriarca Fouad Twal. Il rito di apertura è iniziato all’esterno della Basilica. Gli spazi erano stretti, ma tutto si è svolto con grande partecipazione. Il Patriarca ha dato inizio alla preghiera, poi il rito è proseguito al canto delle litanie dei santi, mentre celebranti e popolo hanno compiuto un duplice giro attorno al famoso Giardino degli Ulivi. Lentamente ci si è portati davanti all’imponente porta di bronzo, chiusa. Chi la potrà aprire? Letture e preghiere, quindi il Patriarca si è avvicinato alla porta percuotendola, o forse meglio bussando: e la porta si è aperta. Non un gioco, non un trucco: la porta si è aperta davvero, e subito di fronte all’ingresso stava il Cristo Crocifisso. Come un fiume in piena, la gente è entrata nella casa di Dio, lasciando un segno di amore al Cristo, che con il suo sacrificio ci ha aperto le porte della casa del Padre suo.

“L’apertura della porta santa qui in Terra Santa ha un significato tutto speciale. In questa terra si è manifestata la misericordia di Dio nel suo figlio Gesù Cristo. E questo celebriamo oggi in un modo speciale. Aprendo questa porta santa ricordiamo tutta l’azione misericordiosa di Dio per noi nel suo Figlio. Con questo simbolo di entrare attraverso la porta santa, intendiamo bussare alla porta di misericordia del cuore di Dio in questa terra che ancora oggi ama nella sua misericordia. Chiediamo a Dio che la sua misericordia non manchi mai fra noi, non manchi mai in questa terra amata da lui da sempre” (fra Dimas, Frati Minori Missionari, Brasile).

Per la Terra Santa, oltre a questa del Getsemani, verranno aperte nella notte di Natale la porta della Natività e il 27 dicembre quella della Basilica dell’Annunciazione. Questa moltiplicazione di porte sante non è priva di significato, anzi indica essa stessa la sovrabbondanza della Misericordia, l’invito generalizzato, incondizionato, illimitato, caratteristico della infinita Misericordia divina, alla quale tutti possono fare ricorso: peccatori e santi, dipendiamo tutti esclusivamente dalla Misericordia. Per questo insieme alla gente comune sono qui tanti religiosi, tutti straordinariamente felici nel rendersi conto ancora una volta di quale misericordia siamo il frutto: “Contentissime di partecipare all’apertura della porta santa. Noi viviamo in Terra Santa, però abbiamo bisogno della nostra porta santa per ottenere la misericordia di Dio e il perdono dei nostri peccati. Siamo contenti oggi di essere qua, dopo sarà a Betlemme, dopo a Nazareth. Siamo venuti con le suore, con i preti della nostra famiglia religiosa del Verbo Incarnato. Stiamo aspettando, ci stiamo preparando un’ora prima ci prepariamo un’ora prima con la preghiera e la confessione” (sr. Pia, Istituto del Verbo Incarnato, Betlemme).

Nell’omelia il Patriarca Fouad Twal ha ricordato che ci sono le porte della Misericordia, ma la più bella, la più efficace porta di Misericordia è quella del confessionale: “Dicevo che ci sono le porte che abbiamo designato, qui al Getsemani, qui a Betlemme, anche a Nazareth, ce ne sono delle altre… però io penso che la porta più bella in questo anno di misericordia deve essere la porta del confessionale. La porta del confessionale è la più bella: entriamo dentro, diamo al Signore quello che abbiamo, la miseria, la debolezza, i nostri limiti, le nostre divisioni, abbiamo la cultura dell’odio e della morte, diamo al Signore quello che abbiamo, prendiamo da Lui quello che Lui ha. Lui ha solamente misericordia, tenerezza, perdono, amore. Facciamo con lui uno scambio: diamo quello che abbiamo, prendiamo quello che ha” (Mons. Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme).

Esperti della divina Misericordia, non possiamo fare a meno di usare misericordia. E qui, dal luogo dove l’agonia di Cristo si congiunge con l’agonia dei popoli, sale l’invocazione alla misericordia: invocazione a Dio, invocazione agli uomini perché tutti facciamo prevalere la misericordia verso i nostri fratelli: “Dal Getsemani, chiesa dell’agonia, dove l’agonia di Cristo non si è mai fermata e l’agonia dei popoli, l’agonia dei rifugiati, l’agonia di quelli che soffrono, bambini, anziani, donne, tutti quanti… da questa chiesa dell’agonia che non si è mai fermata, lanciamo un appello. Parlo a tutto il mondo, un appello anche a livello di stati, a livello umanitario, per più misericordia, per più pace, per più giustizia di cui abbiamo tanto tanto bisogno. Noi chiesa di Gerusalemme, chiesa che ha vissuto, che ha provato la misericordia del Signore a partire dall’agonia, da qui, noi dobbiamo essere una chiesa della misericordia. Le nostre istituzioni, i nostri ospedali, le nostre scuole, la nostra vita pastorale, tutto deve essere basato sulla misericordia” (Mons. Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme).

Chi verrà in pellegrinaggio il prossimo anno, oltre alla visita dei luoghi santi, avrà la possibilità di attraversare tre porte sante. Troppa grazia, vorremmo dire. Sì, è questa possibilità di Grazia, già sensibile nei luoghi santi, che sarà ulteriormente aumentata: “E’ molto emozionante avere l’opportunità di vivere nei luoghi santi un momento come questo.  Per noi cristiani è una festa straordinaria essere oggi qui in un luogo come questo di Gerusalemme. E’ davvero molto emozionante” (Carola Abreu, Brasile).

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