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FlashNews

UN COMMENTO DALLA TERRA SANTA SULL'APERTURA DELL'AMBASCIATA DI PALESTINA IN VATICANO

Un giorno storico per i palestinesi: Il 14 gennaio è stato inaugurata l’ambasciata dello stato di Palestina in Vaticano, alla presenza di papa Francesco e del presidente Abu Mazen. L’evento è un implicito messaggio per gli altri stati del mondo: riconoscere i diritti di autonomia dei palestinesi è un dovere non più ignorabile. In Terra Santa le reazioni sono state entusiaste, perché questo evento è davvero una pietra miliare nel percorso verso il riconoscimento internazionale del paese. Fra Ibrahim Faltas, presente all’inaugurazione come rappresentante della Custodia di Terra Santa, rimarca la vicinanza della chiesa alla causa della pace. "Penso che è stato un giorno storico, una cosa molto importante per il popolo palestinese, l’inaugurazione dell’ambasciata palestinese presso il vaticano, così attaccata, vicino alla porta di sant’Anna; veramente è stata per tutti, io ho visto la gioia in tutti i palestinesi che erano contentissimi di questo evento che per loro è molto importante; ho visto anche la gioia del presidente Abu Mazen che era contento dell’incontro con il sommo pontefice e poi con tutti quelli del vaticano, e lui veramente rispetta molto il santo padre, rispetta molto anche i religiosi, rispetta anche il Vaticano, e lui era contentissimo. Io ho visto e ho sentito dai palestinesi che questa è davvero la cosa più importante che hanno raggiunto in questi ultimi anni, questo evento che è aprire l’ambasciata palestinese presso il vaticano, penso per loro è stata una cosa molto importante, molto bella, una giornata storica, che rimarrà per loro nella memoria indimenticabile" (fra Ibrahim Faltas, Custodia di Terra Santa).

L’Autorità Palestinese spera che il riconoscimento da parte di uno stato importante come il Vaticano sia il primo di una serie, e che aiuti ad arrivare finalmente ad un’intesa con lo stato israeliano, e alla creazione, finalmente non solo a parole, dei due stati per i due popoli. "Sicuramente il riconoscimento e la firma dell’accordo da parte della Santa Sede, tra Palestina e Santa Sede l’anno scorso, e l’apertura dell’ambasciata alla presenza del nostro presidente Mahmoud Abbas e delle autorità vaticane, dopo il grande e fruttuoso incontro che il presidente ha avuto con la Santa Sede e sua santità papa Francesco in Vaticano il 14 di questo mese, ha un grande significato per noi ed è anche una chiamata, una chiamata indiretta, da parte del Vaticano, della Santa Sede, a tutte le nazioni che fino ad oggi non hanno ancora riconosciuto lo stato di Palestina, di riconoscere lo stato di Palestina, e di spingere sempre più per la costruzione della pace tra gli stati di Palestina e di Israele e di porre fine alla dura occupazione che da cinquant’anni grava sul territorio palestinese, qui in Cisgiordania, a Gaza e a Gerusalemme est; speriamo che questo messaggio venga letto con chiarezza, non solo dagli stati europei che ancora non riconoscono lo stato di Palestina, non solo dagli Stati Uniti, dal Canada e da altri stati occidentali, ma sia accolto molto chiaramente dallo stato di Israele" (Zyad Al Bandak, Affari religiosi cristiani, Autorità Nazionale Palestinese).

I buoni rapporti del papa con i capi dei governi in conflitto sono, anche in questo caso, il segno di una attiva collaborazione per la pace. "È la quinta volta che il nostro presidente Mahmoud Abbas incontra sua santità papa Francesco; sto parlando di incontri che sono avvenuti qui a Betlemme, in Palestina e anche di incontri avvenuti in Vaticano. Gli incontri sono sempre stati davvero molto importanti e molto sentiti, positivi. Papa Francesco è davvero un grande sostenitore, come i suoi predecessori, del diritto dei palestinesi ad avere uno stato indipendente, fianco a fianco allo stato di Israele, e lo ha dichiarato a più riprese. Il presidente è molto soddisfatto di quest’ultimo incontro con il papa e gli ha anche fatto dono di regali molto significativi: una pietra del santo Sepolcro e anche una copia dei mosaici che sono stati recentemente ristrutturati dallo stato di Palestina nella chiesa della Natività, e inoltre un film sul restauro. Il presidente ha anche donato al primo ministro dello stato vaticano, con cui ha avuto un incontro, una foto della valle di Cremisan, che fa riflettere su ciò che Israele sta facendo con le proprietà e le terre dei cristiani palestinesi e delle chiese palestinesi" (Zyad Al Bandak, Affari religiosi cristiani, Autorità Nazionale Palestinese).

Il papa è vicino ai popoli che soffrono, e quindi è logico che si senta chiamato a sostenere la causa palestinese, la causa di un popolo che abita la terra in cui è nata la chiesa e che urgentemente deve tornare a credere nella possibilità della pace. "Il papa è riconoscente, il papa conosce molto bene la situazione qui, sa molto bene che non ci sarà la pace in tutto il mondo se non si realizza la pace a Gerusalemme e in terra santa, e lui ha fatto tantissimi appelli, è stato l’unico a chiamare il presidente palestinese e il presidente israeliano per trovare una soluzione del problema del conflitto, e penso che sta lavorando per far tornare i negoziati da tutte le due parti, e il papa veramente lavora, e penso che sta pensando moltissimo a questo conflitto e sta lavorando molto per risolvere questo conflitto, penso che sia tra gli unici che sta lavorando molto per il conflitto della terra santa" (fra Ibrahim Faltas, Custodia di Terra Santa).

IMPEGNI NELLA KOINONIA GIOVANNI BATTISTA DI TIBERIADE

Sulle rive del lago di Tiberiade c'è un'antica chiesa dedicata a Pietro, il pescatore di pesci che Gesù chiamò a diventare pescatore di uomini. Da qualche anno la chiesa costruita attorno al 1100 dai crociati è stata affidata alla Koinonia Giovanni Battista, una comunità che vuole vivere in modo radicale la comunione in Cristo risorto. La comunità è nata in Italia, ma si è già diffusa in numerosi paesi, e già dal 2006 è stata accolta e si è radicata nel Patriarcato Latino di Gerusalemme. Oggi, 10 dicembre 2016, è festa qui a Tiberiade perchè quattro nuovi giovani con la professione degli impegni confermano il loro sì al Signore, tre in modo perpetuo e una per tre anni.

La celebrazione è presieduta dall'Amministratore Apostolico del Patriarcato Latino monsignor Pizzaballa, e gode anche della presenza della Chiesa locale oltre ad una rappresentanza dell'intera Koinonia Giovanni Battista nella fiigura del suo padre fondatore padre Ricardo Arganaraz, e nel suo moderatore generale padre Alvaro Grammatica. "La chiesa di Terra Santa è ricca di tanti nuovi carismi, di nuovi movimenti, di nuovi gruppi, di istituzioni che vengono qui per attingere alle fonti della fede e anche per portare la freschezza del loro carisma; abbiamo officiato oggi quattro confessioni del movimento Koinonia, un movimento carismatico nuovo; siamo molto felici che questo movimento porti anche qui la gioia di appartenere a Cristo in maniera così festosa, e che siano inseriti in questa terra come loro sanno fare" (Monsignor Pierbattista Pizzaballa, Amministratore Apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme).

Nel mezzo della celebrazione eucaristica, uno ad uno sono stati chiamati per nome gli aspiranti alla vita consacrata, che alzandosi dai loro posti in mezzo ai fedeli si sono presentati davanti all'altare manifestando pubblicamente la loro volontà di consacrarsi al Signore. Presentati dal responsabile padre Giuseppe de Nardi, la comunità Koinonia li ha accolti nella persona del moderatore generale padre Alvaro Grammatica. Ai votandi perpetui è stato consegnato il Cantico dei Cantici, segno dell'amore che è più forte della morte; per i primi voti è stata donata la croce, segno della vita data per seguire Gesù. Che si tratti di una Koinonia che si sta già attuando, lo dice anche la provenienza di questi giovani, italiani polacchi libanesi, tutti pronti e riconoscenti nel donare la vita per Gesù. "Ringrazio il Signore che mi ha chiamato e ho scelto di seguirlo in questa via; è davvero come ha detto Pierbattista, il nostro vescovo, è importante portare avanti il vero volto di Gesù, non quel Gesù che io mi immagino e che non è vero, ma quel che è importante è veramente poter testimoniare con la vita il Gesù che ci chiede sempre un passo" (Daniel, neo professo, Koinonia Giovanni Battista, Tiberiade).

Donarsi a Gesù con i voti non è una scelta improvvisata ma un cammino di conversione e rivelazione in cui Gesù manifesta di giorno in giorno la sua presenza e la sua forza. "Pensavo proprio a dieci anni fa, quando non conoscevo Gesù, non conoscevo il Signore, non sapevo niente di tutto questo, e lui è entrato nella mia vita con forza e ha cambiato tutto. Posso dire che la mia vita prima era in bianco e nero e ora è più che a colori: è piena di gioia, pace, serenità, e tutto quello che pensavo di poter sistemare da sola e non riuscivo, lui ha fatto molto molto meglio; quindi il mio augurio è che ognuno possa vivereun giorno speciale pieno di gioia e di benedizione perchè dicendo sì al Signore Gesù significa lasciare entrare la pace la prosperità la gioia perchè i suoi progetti sono progetti di pace non di sventura per concedere un futuro pieno di speranza"(Claudia, neo professa, Koinonia Giovanni Battista, Tiberiade).

La grazia di quetso giorno avvolge tutti, e in modo particolare parenti ed amici che mai si sono sentiti in comunione come oggi: "Sono orgogliosa per loro perchè hanno le idee chiare, hanno saputo capire che il loro futuro è questo cammino, e io approvo pienamente la loro scelta, sono molto contenta per loro"(Elena, madre della neo professa Claudia).

"Salve, veniamo dalla Polonia, da Varsavia, siamo qui per far visita a Daniel e gli auguriamo felicità e tutto il meglio" (Isabella, amico del neo professo Daniel).

" Ci siamo consociuti nella comunità, oggi siamo felici di stare con lui perchè è veramente un momento particolare per noi; in un mondo nel quale la fede è stata lasciata un po' da parte vediamo che per noi ha ancora un valore conoscere Gesù, seguirlo, e offrire a lui tutta la nostra vita. Daniel lo ha fatto e noi siamo felici, anche perchè in questo modo può testimoniare al mondo che questa è una via per la felicità. E noi siamo veramente felici con Daniel" (Andrea, amico del neo professo Daniel).

"Tra coloro che hanno professato gli impegni oggi, c'è una ragazza che è libanese ed è mia amica, sono undici anni che lavoriamo insieme e per questo per me oggi è una grande gioia perchè abbiamo vissuto insieme, abbiamo fatto tante esperienze insieme, in pellegrinaggio, nella vita in Israele e in Terra Santa; non è facile essere libanesi in Terra Santa ma è una grande grazia per noi e per la comunità libanese in Israele e in Terra Santa avere vocazioni così, con la gioia di vivere una missione nel cuore della Chiesa: per questo sono qui" (Suor Kamilia, amica della neo professa Rola).

La celebrazione procede all'insegna di una gioia contagiosa, una gioia che il mondo nemmeno immagina e che invece sperimentano coloro che ascoltano la parola del Signore e che la mettono in pratica.

"Fin da quando ero ragazzina sentivo una voce che mi parlava della verginità per il regno dei cieli; sentivo qualcosa che mi chiamava però non sapevo cosa potesse essere; e sempre di più, quando ho cominciato a camminare con il Signore, ho sentito questa voce. Non è stato semplice, perchè chi non vuole farsi una famiglia? Chi non vuole avere figli? Sono benedizioni, sono un dono del Signore. Però io ero certa che quello che lui aveva scelto per me era la mia gioia; poi lui ha parlato fortemente al mio cuore e io ho capito che questa chiamata alla verginità per il regno dei cieli è quello che tu hai preparato per me; ora sta a me dirti sì o no e io dico di sì perchè tu hai sempre il meglio per me" (Claudia, neo professa, Koinonia Giovanni Battista, Tiberiade).

La danza che conclude la celebrazione trasmette il senso dell'esultanza, del ringraziamento al Signore per quanto ha compiuto, e per la prontezza di una donazione che è solo all'inizio."Ci si butta nelle mani del Signore, si crede ai fratelli che ti hanno accompagnato, e ci si affida alla grazia di Dio che ti conferma nel cammino, che ti invita a pregare ogni giorno e ad avere fiducia nel Signore; perchè senza la fiducia nel Signore e nei fratelli in questa vita non si va da nessuna parte" (Alessandro, neo professo, Koinonia Giovanni Battista, Tiberiade).

Dall'anno scorso la Koinonia Giovanni Battista cutodisce vicino ad Ein Kerem il santuario di Santa Elisabetta. E' stato un regalo desiderato perchè proprio da lei nasce Giovanni Battista, del quale l'associazione porta il nome. E ad Ein Kerem siamo sui luoghi del precursore, di colui che ha preparato la venuta del Signore, come appunto si propongono i membri della Koinonia Govanni Battista. "Il mio desiderio è davvero che, dopo questa festa, i giovani e quelli che sono stati qui avranno il coraggio di dire sì al Signore; per me sarà veramente un regalo se qualcuno avrà il coraggio di dire sì. Auguro a tutti la gioia di avere il Signore nel cuore" (Rola, neo professa, koinonia Giovanni Battista, Tiberiade).

(immagini di Joubert Loots)

Wadi Abu Nassar parla ad uno dei numerosi incontri per famiglie della parrocchia latina di HaifaLE FAMIGLIE CRISTIANE DI HAIFA: UNA TESTIMONIANZA DI FEDE

Haifa è una città del nord di Israele affacciata sul mar Mediterraneo ed è, a detta dei suoi stessi abitanti, un esempio di convivenza per tutto il paese. Infatti qui ebrei, musulmani e cristiani vivono accanto e insieme, anche se si deve sottolineare che più del 90% degli abitanti sono ebrei. Gli arabi-cristiani sono una minoranza, infatti costituiscono il 4,8 % della popolazione.

La parrocchia latina è tenuta dai Padri Carmelitani ed è molto attiva, infatti ci sono vari gruppi laicali che periodicamente organizzano incontri, perché qui essere cristiani non è solo questione di fede, ma è anche un principio di identità civile e sociale che va coltivato attentamente se non ci si vuol perdere nella maggioranza. Ad esempio non esiste la domenica; qui ci sono solo il sabato per gli ebrei e il venerdì per i musulmani.

Mimi e Basal abitano ad Haifa con i loro bambini, e per loro è difficile essere sempre all'altezza degli impegni di fede: "Come cristiani che vivono in Israele abbiamo molte sfide da affrontare. Siamo prima di tutto cristiani, ma siamo anche arabi, però abitiamo in una nazione ebrea, per questo a volte siamo molto confusi, noi e i bambini. Affrontiamo molte sfide nella nostra vita qui in Israele; è difficile continuare a pregare e allo stesso tempo mantenere il nostro lavoro: non abbiamo molto tempo per venire in chiesa perché la domenica non è un giorno festivo qui, è un giorno della settimana come gli altri in Israele. Perciò conciliare le cose diventa molto impegnativo. Anche per i bambini è difficile, perché loro vedono che non ci comportiamo sempre come cristiani, nel senso che spesso vorremmo manifestare di più la nostra fede e venire più di frequente in chiesa, ma non possiamo farlo: penso che loro vedano queste cose; perciò questi problemi riguardano anche loro" (Basal e Mimi, parrocchia latina di Haifa).

I cristiani di Terra Santa, per quanto siano un piccolo gregge, sono coscienti di essere gli eredi della fede della Chiesa primitiva, sentono di giocare un ruolo unico all’interno della Chiesa universale, come ci tiene a sottolineare Wadi, che spesso cerca di dare consigli a suoi conparrocchiani sulla vita in famiglia: “Dobbiamo essere forti nella fede; specialmente noi cristiani della Galilea, noi che siamo gli eredi degli apostoli dobbiamo comportarci come gli apostoli. Gli apostoli non avevano il Vaticano, non avevano soldi, non avevano una buona educazione, ma avevano fede e lavoravano sodo. Anche noi dovremmo avere fede e lavorare duramente, così diffonderemo la cultura del rispetto; prima dobbiamo cominciare da noi stessi e poi potremo andare nel mondo” (Wadi Abu Nasser, Haifa).

Ma tornando ad Haifa e in modo più generale al contesto culturale e sociale in cui debbono vivere i cristiani nello stato ebraico, le sfide sono davvero molte e sono forti: “La prima sfida è spirituale perché quando le persone vivono in una società non cristiana sono un po’ timide nei riguardi della propria fede, non si sentono così libere nell’esprimerla. La seconda sfida è capire come comportarsi con gli altri, con i musulmani e con gli ebrei. Alcune persone sono intimorite, altre fanno concessioni nei riguardi della propria fede per poter essere accettate dagli altri, e questo è un grande problema perché a volte causa incomprensioni, anche all’interno della comunità cristiana stessa. La terza sfida è la vita quotidiana qui in Israele: il costo della vita è alto, la politica non è stabile, c’è molta violenza all’intorno, altri problemi derivano dalle chiese che non sono molto unite, eccetera. Tutte queste sfide unite insieme stanno compromettendo la forza spirituale delle famiglie. Per esempio, dobbiamo confrontarci con una forte crescita del numero dei divorzi nelle famiglie cristiane in Israele: la percentuale nell’ultimo decennio è del 400%, ed è molto preoccupante. Anche coloro che non divorziano, e parliamo del 40% delle famiglie, sono in qualche modo in una relazione compromessa, anche se rimane all’interno della famiglia. Perciò ci proviamo ad aiutare le famiglie ad affrontare e superare queste sfide dando loro consigli ricavati dalla nostra personale esperienza.” (Wadi Abu Nasser, Haifa)

Nonostante le difficoltà, Haifa rimane un posto privilegiato, dove la tolleranza non si limita alle parole ma si concretizza nei fatti, diversamente da ciò che avviene nel resto del paese. I cristiani se ne rendono conto: “Haifa è uno dei posti migliori dove vivere in Israele, perché ad Haifa abbiamo relazioni relativamente buone con i musulmani e con gli ebrei. Ma sfortunatamente Haifa non è un modello ma piuttosto un’eccezione: nella maggior parte della nazione ci sono tensioni, incomprensioni, che di tanto in tanto sfociano in violenze, ma, parlando relativamente, Haifa resta il miglior luogo in Israele, e stiamo anche sforzandoci di incrementare le cose dando attenzione al rispetto reciproco e alla comprensione tra le varie comunità.” (Wadi Abu Nasser, Haifa)

Non potendo fare affidamento sulle strutture sociali, la formazione e l’identità cristiana sono trasmesse soprattutto all’interno della famiglia, in stretta continuità con la parrocchia. Abbiamo incontrato due famiglie della parrocchia di Haifa che partecipano regolarmente agli incontri della comunità, durante i quali consigliano e si lasciano consigliare, nella consapevolezza di essere tutti simili nelle deifficoltà ma soprattutto nella fede.

Incontriamo la famiglia Shakour: Amira e Naser ci parlano del loro ruolo di genitori di Fadi e Nardeen, ragazzi ormai grandi che hanno imparato dagli insegnamenti dei genitori a vivere nella fede.

“Nella nostra famiglia ci sono quattro figli, quando è nato il primo lo abbiamo portato in chiesa, è stata la sua prima uscita. Poi abbiamo continuato a vivere in vicinanza alla chiesa, ogni domenica andiamo a messa con loro, e poi mangiamo tutti insieme in famiglia, anche se a volte qualcuno manca per degli impegni, e prima di mangiare ci facciamo il segno di croce diciamo una piccola preghiera e benediciamo il cibo; anche prima di dormire siamo abituati a pregare per riposare in pace; prima delle feste ci sediamo insieme a pregare, diciamo la preghiera del giorno e Nasser ci spiega qualcosa della festa perché lui è capace di fare riflessioni approfondite e conosce tutto delle celebrazioni. E coinvolgiamo anche i bambini" (Amira Shakour)

I confronti sono odiosi, ma Haifa è sempre stata una città privilegiata, al nord, una città industriale, una città molto aperta, dove i cristiani respirano meglio: “Haifa è una città di coesistenza, ci sono arabi sia cristiani che musulmani, e anche ebrei, e tutti vivono insieme in pace. Uno delle esempi più significativi di questa coesistenza può essere la Holiday of Holidays, la Feste delle Feste che si tiene ogni dicembre: di solito le tre feste principali delle tre religioni – Hanukkah, Natale, e Feter – cadono a dicembre. Quindi, con questa festa, la città di Haifa celebra questa coesistenza; tutti quanti abbiamo la nostra identità individuale, ma la condividiamo gli uni con gli altri, tutti insieme. Ho vissuto anche a Gerusalemme quando studiavo lì; è un luogo molto intenso e molto diversificato, perché le persone a Gerusalemme sono davvero estreme: se sono ebree, o musulmane, o anche cristiane, ognuna di loro vive nella propria bolla e non sono aperte ad altre culture. Perciò, avendo vissuto qui ad Haifa ed avendo vissuto a Gerusalemme, posso dire che qui le persone sono più spontanee e non ti chiedono da dove vieni o a quale religione appartieni, ma ti accettano come persona; qui a nessuno importa da dove vieni, ma a Gerusalemme invece questa è tra le prime domande che ti fanno: da dove vieni, quali sono le tue origini, se credi in dio o no. Perciò penso che Haifa sia davvero un bel posto dove vivere, e ci sono anche molte occasioni per uscire, piacevoli per i giovani; ci sono anche il mare, le montagne: è un posto bellissimo.” (Nardeen Shakour, Haifa)

Il merito di questa situazione di migliore convivenza sembra vada attribuito principalmente alla amministrazione locale: “Io penso che questo sia merito principalmente dell’autorità, cioè della municipalità e dei sindaci che si sono succeduti: nei diversi periodi i sindaci sono sempre stati tolleranti, hanno accettato le differenze esistenti tra i diversi gruppi e hanno provato a lavorare per la cooperazione di tutti i gruppi. Per esempio, come ha detto mia figlia, a dicembre c’è una festa interreligiosa; recentemente c’è stato un espisodio significativo: a proposito degli incendi che a novembre hanno interessato la zona del Carmelo, il sindaco ha detto ‘cristiani, musulmani, ebrei, drusi, stanno tutti lavorando insieme per spegnere gli incendi’ e questo è diverso dal dire ‘sono gli arabi che stanno appiccando gli incendi’; insomma, ci sono certamente delle differenze, ma in genere vengono accettate.” (Naser Shakour, Haifa)

Che Haifa sia un’isola privilegiata se ne rendono conto i suoi abitanti quando  occasionalmente escono dal loro territorio:Noi come cristiani ad Haifa abbiamo un rapporto particolare con le altre comunità, viviamo in pace con gli altri, i veri problemi iniziano quando usciamo dalla città: si comincia a pensare alla discriminazione, veniamo trattati in modo diverso e questo è scoraggiante e cominci a pensare “perché mi trattano così?”. Però piano piano cominci a capire come trattare con gli altri, e questo ti rafforza anche nella fede. Quando qualcuno viene a chiederti del tuo credo, della tua cristianità e della tua identità, questo ti incoraggia a riflettere più intensamente sulla tua identità e su chi sei veramente. Queste circostanze ci danno coraggio più di quanto non ci spaventino. Quindi in un certo senso è anche un bene mettersi alla prova in queste situazioni, perché ne usciamo rafforzati.” (Fadi Shakour, Haifa)

Difficoltà suscitate dall’ambiente esterno ce ne sono e ce ne saranno sempre. Il valorizzare la famiglia, la persona, è sicuramente il rimedio più alla portata di mano e più efficace: “Le pressioni che vengono da fuori ci sono sempre state, anche ai tempi di Gesù, la famiglia deve sapere come rimanere compatta e unita di fronte a queste difficoltà, deve costruire una corazza che la protegga dalle pressioni esterne. Questa è la vera forza: se tu hai potuto preservare te stesso da dentro, puoi essere forte anche all’esterno; per fare questo ho bisogno prima di capire chi sono, di conoscere la mia identità, di viverla anche; è questo che mi da la forza di uscire nel mondo esterno ad affrontare le difficoltà, e anche di avere la pazienza per confrontarmi con gli altri e rimanere sulla strada indicata da Gesù nell’affrontare le questioni.” (Naser Shakour, Haifa)

L’ostilità o l’indifferenza dell’ambiente circostante possono essere una negatività; altre volte sono uno stimolo per un giusto confronto e per una crescita più robusta della propria personalità: “Come posso preparare i piccoli, mio nipote e prima ancora i miei figli, ad affrontare la società? Dando loro la possibilità di esprimere sé stessi, la libertà di esprimersi accettando le differenze dentro la famiglia stessa, così quando andranno fuori avranno la capacità di confrontarsi con queste differenze. Devo prepararli alla società ma devo anche dar loro i mezzi per poter rispondere al bene con il bene, per poter dire che c’è un errore quando c’è un errore, e per poter esprimere sé stessi positivamente. Noi tutti abbiamo qualcosa di buono e noi tutti abbiamo dei difetti; si comincia a capirlo dentro la famiglia, nella relazione tra i figli, con noi genitori, con i nostri vicini, nel lavoro; mi auguro che i nostri figli abbiano sempre la forza di capire le situazioni e di sapersi anche esporre quando c’è bisogno di farlo, così che lo spirito santo possa parlare attraverso di loro con verità e chiarezza.” (Naser Shakour, Haifa)

E’ bello sentire come sia possibile far crescere una buona famiglia in mezzo a un mondo di tenebre. I suggerimenti di questa signora sono validi e attuabili sotto qualsiasi cielo: “Io cerco di fare in modo di essere sempre uniti, come una vera famiglia cristiana, che almeno si mangi tutti insieme, si preghi insieme, ci vediamo il più spesso possibile, anche se è difficile perché al giorno d’oggi c’è una forte pressione sociale che spinge tutti a correre dietro al lavoro: tutti vogliono soldi, tutti hanno questo stile di vita non perché davvero lo vogliano ma perché è la società che lo impone. Io dico ai nuovi sposi: almeno sedete un po’ insieme, mangiate insieme, dite almeno una preghiera di pace insieme, andate in chiesa ogni tanto, nessuno vi obbliga ad andare in chiesa sempre ma è una cosa utile essere parte di una piccola comunità per preservare la chiesa e preservare la nostra identità cristiana. Il mio consiglio è di stare insieme, di amarsi l’un altro, di incontrarsi la domenica per vivere la festa con gioia, non come un giorno che viene e va e poi finisce come tutti gli altri. Io penso che la fede dentro la famiglia debba essere una fede semplice, non dobbiamo complicare le cose. Per prima cosa, dobbiamo spiegare ai figli che Dio è l’amore, che dobbiamo amarci gli uni gli altri, padre madre fratelli sorelle, tutti insieme; ci piace dare, ci piace stare con la gente, ci piace che la gente stia con noi, si deve imparare ad accettare l’altro per quello che è senza complicare le cose. Quando si fa parte di una famiglia numerosa si deve capire che siamo tutti sulla stessa barca. Se la barca naviga in sicurezza siamo tutti al sicuro. Se la barca ha un buco tutti affondano. Per questo dico amiamoci, accettiamo l’altro, e viviamo con semplicità. E’ così che Dio ci ha detto di vivere” (Amira Shakour, Haifa)

Famiglia, parrocchia e poi scuola. Non esistono in Israele scuole strettamente laiche come intendiamo noi. Tutto ha una identità o ebraica, o islamica o cristiana. Perciò per un cristiano è per così dire indispensabile trovare un istituto cristiano dove vengano formati i propri figli. E’ quello che fanno i genitori del giovane John, George e Hayat Farran: “Noi proviamo ad insegnare la preghiera ai nostri figli per prima cosa a casa: attraverso la lettura del vangelo cerchiamo di fargli comprendere la religione cristiana, cominciamo da quando sono piccoli perché se non facciamo così e non li mettiamo nelle scuole cristiane se noi non radichiamo la fede dentro i figli sarà difficile per loro capirla e accoglierla” (Hayat Farran, Haifa)

La preoccupazione dei genitori è condivisa dai figli, che si sentono più preparati ad affrontare il mondo circostante quando hanno chiara la propria identità: “Io frequento una scuola cristiana, dove imparo anche delle cose sulla religione; andiamo alla chiesa della scuola; non si avverte nessuna discriminazione perché la mia scuola è diretta dalla chiesa. Nella scuola non ci sono difficoltà evidenti, ma cerco di non avere problemi anche nel mondo fuori: andare in chiesa mi da la forza di affrontare tutto” (John Farran, Haifa)

La scuola, con tutta la sua importanza, sta diventando una angosciosa fonte di preoccupazione, perché invece di andare verso una migliore collaborazione con lo stato, in questi ultimi mesi lo stato si è defilato dagli impegni economici: “I finanziamenti alle scuole cristiane sono stati tagliati. Ci sono scuole private ebraiche che hanno invece la copertura totale delle proprie spese, ma i cristiani sono svantaggiati in queste cose. E’ difficile dare un’istruzione cristiana ai propri figli perché le scuole private sono costose, perché lo stato non dà quanto dovrebbe come invece fa con le altre scuole” (George Farran, Haifa)

“Io vorrei che le scuole cristiane fossero finanziate allo stesso modo delle scuole statali, per poter fare tutte le attività che dobbiamo fare, infatti oggi come oggi non ci possiamo permettere lo stesso genere di attività delle scuole pubbliche ebraiche” (John Farran, Haifa)

“Nonostante tutte le difficoltà, le scuole cristiane ricevono sempre lodevoli apprezzamenti. Gli studenti hanno un ottimo livello accademico, ma le paghiamo troppo, non riusciamo a  continuare così. È molto difficile. C’è stato uno sciopero, ma fino ad ora non abbiamo ottenuto nessun risultato tangibile” (Hayat Farran, Haifa).

Anche la famiglia Farran, nonostante le difficoltà, non può che riconoscere le positività di abitare in una città come Haifa: “Haifa è conosciuta come una città di religioni miste, dove cristiani, musulmani ebrei vivono insieme come una famiglia; non guardiamo i musulmani come musulmani, o l’ebreo come ebreo, noi vediamo solo che qui la convivenza pacifica è una realtà e che in ogni angolo di Haifa puoi trovare tutte le religioni: cristiani, musulmani, ebrei, tutti vivono insieme nello stesso palazzo e questo non è mai motivo di tensione. È diverso da quello che succede in altre città, a Gerusalemme per esempio è difficile vivere insieme, c’è sempre tensione tra ebrei e arabi, perché lì la religione dirige ogni aspetto della vita, vivono come se la diversità religiosa venisse prima della comune umanità. Noi invece siamo prima di tutto tutti esseri umani e poi abbiamo una religione, ma la loro vita è subordinata alla religione in senso negativo; per esempio a Tel Aviv non accettano arabi a vivere, perché hanno una cultura e un pensiero differente. Ma Haifa è conosciuta come una città mista dove accettiamo tutti” (George Farran, Haifa)

Nella stessa Haifa le cose possono migliorare. I suggerimenti sono tanti: “Se mi chiedessero di dare un suggerimento allo stato, direi questo: trattate tutti allo stesso modo, indipendentemente dalla fede, musulmana, cristiana o ebrea, non preferite l’ebreo al cristiano o al musulmano, il musulmano al cristiano o il contrario. Vorrei che tutti fossero messi sullo stesso livello, ebrei, cristiani e musulmani” (George Farran, Haifa)

“Un’altra cosa che vorrei è che Israele mettesse negli uffici pubblici e nei luoghi di rappresentanza più cristiani e più arabi, perché quando parliamo nella nostra lingua madre, l’arabo, siamo più a nostro agio e ci possiamo esprimere meglio. È una cosa che ci farebbe percepire di essere tutti uguali. Mentre ora nei centri governativi sono più gli ebrei degli arabi. Questo non ci mette a nostro agio. Non possiamo esprimere correttamente ciò che sentiamo. Se ci fossero più arabi nei luoghi pubblici, questi potrebbero capire meglio i nostri problemi e aiutarci a risolverli in maniera migliore, perché forse anche loro avrebbero gli stessi problemi” (John Farran, Haifa)

Per questi cristiani in situazione di minoranza è facile fantasticare sulla vita nei paesi a maggioranza cristiana. Emigrare poteva essere una soluzione fino a qualche anno fa; adesso non più, adesso vogliono rimanere, sia perché di paesi davvero cristiani non ce ne sono, sia perché l’emigrazione è un ulteriore sradicamento, quando piuttosto il loro compito è di riaffermare la presenza cristiana in questa Terra: “L’idea di lasciare questo paese per un altro a maggioranza cristiana, è un’idea molto bella perché ci permetterebbe di poter vivere il nostro cristianesimo. Ma d’altra parte, nessuno può lasciare il luogo dove è nato e dove ha vissuto, dove vivono e crescono i figli e i nipoti. È difficile spostarsi, credo sarebbe molto difficile. È bello viaggiare e visitare gli stati cristiani. Ma è difficile emigrare stabilmente dal luogo dove sei nato e dove vivi” (George Farran, Haifa)

E allora non c’è di meglio che ripartire dal Vangelo, dalle espressioni più forti del messaggio di Gesù: “A me piacerebbe che ci si ricordi sempre l’importanza di quello che ci ha chiesto Gesù, cioè del perdono, dell’amore e del saper dare” (Hayat Farran, Haifa).

 

(immagini di Roberta Bennato)  

 

IL PRIMO FESTIVAL DEL VINO NELLA VALLE DI CREMISAN

La valle di Cremisan è un luogo conosciuto nel mondo per la questione del muro di separazione israeliano, ma è zona conosciuta anche per un altro motivo: fin dal 1885 qui c'è una scuola agraria portata avanti dai salesiani. Di quella scuola ora è rimasta solo la cantina, che in questi ultimi anni si è rinnovata, con enologi locali e italiani che l’hanno fatta crescere soprattutto nella qualità: oggi i vini di Cremisan sono conosciuti, e non solo in Palestina. Per la prima volta quest'estate è stato organizzato un festival del vino, pensato per per far conoscere i prodotti di questa cantina. In Palestina si preferisce bere superalcolici o bibite dolci piuttosto che il vino, che però potrebbe rappresentare un’ottima novità nelle abitudini alimentari arabe, novità positiva per il palato ma anche per la salute. "La cultura del vino qui in Palestina non è molto diffusa; io ho studiato in Italia, ed è stata un'esperienza molto bella: imparare a conoscere questa cultura e il mondo del vino italiano è stato molto, molto interessante. Ho subito pensato di tornare qui a casa e di fare il vino come avevo imparato in Italia, sperando di poter copiare un po’ la cultura degli italiani portandola qui in Palestina, per migliorare il nostro vino a Cremisan. Per la prima volta in Palestina, la nostra cantina Cremisan ha potuto organizzare un wine festival: è venuta molta gente e tutti sono andati via contenti, hanno gradito molto il vino, sia il bianco sia il rosso, e noi non vediamo l’ora di rifare questo festival l'anno prossimo, per vedere ancora più gente venire con un sorriso” (Fadi Batarseh, enologo Cremisan Winery).

La qualità dei vini Cremisan è nettamente migliorata negli ultimi anni, grazie all’aiuto di enologi italiani e alla scelta di diminuire la quantità in favore della qualità.“Questo è il primo festival della nostra cantina di Cremisan. Quando diciamo il primo, per noi questo ha un grande valore, non come l'oro, ma come un diamante! Perché questo è il risultato della collaborazione di due entità: la cantina è dei salesiani che hanno la proprietà; poi c’è la gestione, portata avanti da noi che che cerchiamo di fare tutto il possibile per il bene della cantina. Entrambi gli aspetti sono importanti, per farci conoscere alla gente: c’è tanta gente che non conosce la realtà di Cremisan, e purtroppo sono locali. Quindi la nostra idea di organizzare questo festival nasce da due motivi: perché questo festival è il primo del genere nella storia di Cremisan – e la cantina esiste dal 1885 -; e poi per presentare i nostri prodotti, per farli conoscere alla gente qui e in tutto il mondo. Questa è la nostra idea, il nostro obiettivo, perché Cremisan va avanti, non si ferma e di certo non va indietro!” (Ziad Giorgio Bitar, direttore Cremisan Winery)

Coltivare sulle aride colline palestinesi è tutt’altro che facile, ma ugualmente la vite da millenni porta frutto e continua a portarne; e si deve aggiungere che qui in Palestina, questi sono frutti dalle connotazioni del tutto particolari."Vorrei parlarvi un po’ dei nostri vini: abbiamo qui un Dabuqi, che in arabo vuol dire dolcezza, anche se al palato di dolce ha veramente poco questo vino, che è elegante, ottimo per accompagnare del pesce; abbiamo poi Handàni-Jandali, un blend di due uve locali, un vino più fruttato del precedente; c’è poi anche un Cabernet Sauvignon, che è un vino di un’uva internazionale, anche se il nostro ha un gusto particolare, perché dove viene coltivato – nel convento salesiano di Beit Jamaal – c’è poca acqua, quindi acquista note secche ed eleganti; da ultimo ecco il Baladi, che è un vino molto amabile, il preferito per esempio dai nostri clienti tedeschi” (Ibrahim Baboun, Cremisan Winery).

Questo festival è stato anche un’occasione di avvicinamento e di incontro; come sempre in questa piccola terra, sono sorprendenti le presenze da tutto il mondo.

Ci stiamo divertendo, conosciamo i vini di Cremisan e quando abbiamo visto la proposta l’abbiamo ritenuta grandiosa. Ci stiamo godendo la serata!” (Esther Lonstrup, Danimarca)

“Vengo dalla Spagna, sono qua per bere vino – del buon vino! – d’altronde tutti noi conosciamo Cremisan; siamo venuti per goderci la festa, sentire della musica in questa bella terra!” (Jaime, Spagna)

Il vino di Cremisan è prodotto al di qua del muro, ma si fa apprezzare anche al di là, in Israele: “Sono un cliente dell’azienda vinicola, distribuisco il loro vino in Israele. Penso che questa sia un’ottima azienda e che negli ultimi anni abbia migliorato molto i propri prodotti. Credo che stiano facendo vini veramente professionali. Siamo molto felici di essere qui e di condividere questa bella festa che hanno organizzato” (Andrew Enawi, commerciante di vini)

C’è anche una nota storica interessante legata alla produzione del vino in questi luoghi. Ad esempio si dice che una singolarità unica di queste vigne sia quella di essere le stesse dai tempi di Gesù, e quindi il vino usato da Gesù nell’Ultima Cena potrebbe essere assai simile a quello prodotto oggi: "Le vigne sono come noi, nate qua, cresciute qua, quindi nessuno le ha cambiate, nessuno le ha toccate; però è vero anche che io non c'ero all'Ultima Cena, quindi non posso certo dire con certezza che il vino fosse uguale a quello che produciamo noi oggi. Però si potrebbe dire che è logico, pensando alla storia, a dove viviamo e a dove siamo, che parliamo verosimilmente dello stesso tipo di vino” (Ziad Giorgio Bitar, direttore Cremisan Winery). La serata termina e il bilancio è sicuramente positivo. Bravi dunque i Salesiani, che da oltre un secolo, fedeli al loro carisma di avviare i ragazzi al lavoro, hanno portato avanti la scuola; infine un plauso va davvero fatto ai giovani e intraprendenti gestori di queste cantine, che ci hanno messo tutta la loro passione e professionalità per ottenere gli eccellenti risultati oggi raggiunti.

 


MESSA DI SUFFRAGIO PER L'IMPROVVISA SCOMPARSA DI PADRE FAYSAL HIJAZEEN

Sono passati nove giorni da quando padre Faysal Hijazeen ci ha lasciati. Una messa di suffragio è stata celebrata a Beit Jala, con grande partecipazione di fedeli e amici, perché padre Faysal oltre che apprezzato era universalmente ben voluto. E' stata una morte improvvisa, o forse meglio una chiamata a sorpresa: "Ha lasciato un testamento che abbiamo aperto, era di una sola pagina, e dove padre Faysal ringrazia il Signore per il dono della vita, per il dono del sacerdozio, e ringrazia la sua famiglia, i suoi formatori, tutti coloro che gli hanno dato una mano; con umiltà chiede perdono davanti al Signore a tutti quelli che avrebbe potuto o che ha potuto urtare, e nello stesso tempo dice che lui non possiede niente. Chiede di pregare per lui e infine chiede che sia cantata durante la messa del suo funerale il canto di Charles de Foucauld ‘Signore mi affido a te’: è questa una famosa preghiera del beato Charles de Foucauld che noi cantiamo generalmente in lingua araba. E oggi nella messa in occasione del nono giorno dalla morte, dopo la comunione abbiamo intonato questo canto bellissimo, che ben esprime la sua spiritualità e la sua disponibilità nel rispondere alla chiamata del Signore. Capiamo che questa morte spontanea in fondo è una risposta spontanea alla chiamata del Signore; la morte è una chiamata, come lo sono la vita e il sacerdozio: è una chiamata a un’altra vita" (Monsignor William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme).

Pur nella fermezza della fede, il dolore rimane, soprattutto tra chi ha vissuto con lui: "Abbiamo fatto il seminario insieme, abbiamo fatto il ministero anche in parecchi posti insieme; cioè ci conoscevamo da più di 40 anni. Quello che voglio ricordare sono la sua semplicità e la sua bontà: era sempre disponibile, vicino a noi, al seminario, vicino soprattutto a quelli più poveri, più deboli, e faceva tutto con una grande umanità. Era responsabile delle scuole, era responsabile di molte cose, ma aveva un’attenzione speciale per i poveri: questo lo abbiamo sempre visto e saputo, e ci mancherà molto, troppo" (Padre Jamal Khader, rettore del Seminario di Beit Jala).

Il distacco è l’occasione per riflettere, per raccogliere l’eredità che padre Faysal ha lasciato: "Faysal era una persona molto affabile e soprattutto era una persona sempre sorridente; non trovava davanti a lui delle difficoltà ma trovava sempre delle possibilità di risolvere le cose. Lui non guardava i problemi come qualcosa che non si può  sormontare ma trovava sempre la forza di dire “si può risolvere, possiamo andare avanti, si può fare tutto”; ma al di là di tutto il ricordo più bello che ci lascia è sicuramente il suo sorriso" (Padre Ramzy Sidawi, direttore della scuola Terra Santa di Gerusalemme).

Gli ultimi ricordi risalgono al suo incarico di direttore delle Scuole del Patriarcato Latino, quando era un riferimento e un punto d’appoggio per tutte le scuole cristiane. Non erano passati due giorni dall’ultima riunione con i presidi: "Ho lavorato molto con lui, e ho visto in lui veramente un sacerdote santo, che ha fatto tanto, non solo per le scuole cattoliche cristiane, ma anche per le parrocchie, perché prima di essere segretario delle scuole cattoliche cristiane era anche un parroco. Veramente Siamo davvero molto colpiti dalla sua morte, era ancora giovane, aveva solo 58 anni" (Monsignor Joseph-Jules Zerey, vicario patriarcale greco-ortodosso a Gerusalemme).

La dote che più lo ha caratterizzato, e che gli creava simpatia all’intorno, era la sua positività ad oltranza, fondata saldamente su una fede sincera. "La morte di abouna Faysal si è abbattuta su di noi come un fulmine a ciel sereno. Abbiamo conosciuto abouna Faysal come prete, come educatore e come insegnante. Abbiamo lavorato insieme per tanti anni nell’associazione delle scuole cristiane, lui era il responsabile delle scuole e con la sua saggezza siamo riusciti a superare tanti ostacoli in campo educativo. Inoltre con la sua saggezza e  forza abbiamo potuto affrontare un periodo molto problematico dal punto di vista educativo per le scuole di Gerusalemme. Grazie alla sua saggezza, forza e  fedeltà a Dio, siamo riusciti a definire e strutturare la situazione delle scuole cristiane. Lui ha davvero lasciato tanti segni importanti nel campo educativo in Palestina, la sua presenza dava speranza, coraggio e fiducia nel futuro a tutti coloro che lavorano nel campo educativo. Le nostre scuole hanno affrontato molte difficoltà economiche, ma lui con la sua fiducia dava speranza" (Frère Daoud Kasabreh, Fraternità delle scuole cristiane Frère).

Aveva una straordinaria capacità di stringere rapporti di valore, che andavano ben al di là del solito lavoro. "Che Dio lo benedica! Abouna Faysal era un uomo di grande fede, e ha lavorato con tutte le sue forze per tenere alto il nome delle scuole cristiane in Terra Santa. Negli ultimi anni è riuscito a trasformare le nostre scuole in qualcosa di grande e importante, tanto che sono diventate interessanti agli occhi di tante persone della nostra società. Era un uomo misericordioso, un uomo che aiutava, la sua aspirazione era che le nostre scuole divenissero aperte a tutti e non solo ai ricchi. Anzi, che fossero per i poveri prima che per i ricchi. Ricordo che lui si preoccupava sempre in primo luogo del bene degli studenti, e chiedeva ai presidi e agli insegnanti di trattare gli studenti come fossero dei figli, di dare loro tutto ciò di cui avessero bisogno. Le scuole hanno fatto un salto di qualità grazie a tutti i programmi che sono stati ideati da abouna Faysal, e questo ha permesso anche ai professori di migliorarsi e di sviluppare il loro servizio. Così le nostre scuole cristiane si possono ora collocare tra le migliori di Palestina. Che Dio sia misericordioso con lui, e che lo accetti tra i santi" (Issam Bannoura, preside della scuola del Patriarcato di Beit Shaour).

Una testimonianza dopo l’altra, emergono chiare le doti caratteristiche di Padre Faysal. Ma le sue convinzioni fondamentali emergono ancor più chiaramente dalle sue parole. Padre Faisal ha riflettuto molto innanzitutto riguardo alla scuola, che ha un ruolo fondamentale nella costruzione di una società migliore. Leggiamo di seguito stralci delle numerose interviste rilasciate negli anni a Telepace:

"In questa società manca la pace, le scuole devono offrire un servizio alla società così da arrivare a creare un mondo nuovo, un mondo basato sulla dignità umana e sul rispetto della persona umana".

"Dobbiamo accogliere nelle nostre scuole anche i ragazzi più poveri, che non possono pagare; dobbiamo aiutarli a studiare, anche se sono musulmani: se non possono pagare non possiamo pretenderlo. Quelli che ne hanno la possibilità, devono pagare la retta, ma la cosa da ricordare è che ognuno ha un diritto, il diritto all’istruzione, a essere accettato nella società e ad avere tutte le possibilità di agire in essa per costruirsi una vita serena. Per noi è importante accogliere tutti, perché è una missione, la missione dell’apertura alla persona umana, agli altri".

"Noi siamo per la convivenza, per l'apertura, affinché tutti studino insieme. Perché il nostro obiettivo è vedere questi bambini studiare insieme, aprirsi al rispetto dell’altro, anzi all'amore verso l’altro; è bello che siano desiderosi di incontrarsi e conoscersi sin da piccoli. Studiando insieme alla conoscenza si aggiunge la stima, e così si mettono le basi per la creazione di rapporti solidi e paritari".

"Il dialogo tra Islam e Cristianesimo lo vedete sul terreno, che la presenza di cristiani e musulmani di tutti i livelli in questa processione contro il terrorismo che è successo in Egitto e contro ogni terrorismo che succede nel Medio Oriente, questo mostra che veramente c’è una convivenza tra i cristiani e i musulmani, dialogo a livello umano, sociale, a livello di vita, non a livello dogmatico"

Le scuole cristiane hanno per padre Feysal un compito non solo scolastico, ma formativo dal punto di vista dell’educazione espressamente religiosa:

"Non vogliamo perdere le nostre scuole, le nostre scuole sono da duecento anni, hanno diritto a esistere, abbiamo la nostra missione, abbiamo i nostri alunni cristiani che devono avere la loro religione, abbiamo il diritto a questo. Il problema è che con il ministero dell’educazione tolgono questo sussidio che danno alle scuole pubbliche a tutti i bambini israeliani. I nostri hanno diritto all’uguaglianza"

"L’importanza delle nostre scuole è anche per servire i nostri cristiani che sono lì, che sono una minoranza, non possiamo che loro vanno nelle scuole dello stato e così loro non studiano la religione cristiana, non hanno nessuna. Invece da noi, noi insegniamo la religione cristiana e anche la religione musulmana per tutti"

Quante volte ha fatto presente agli insegnanti che il loro ruolo era soprattutto di essere testimoni!

"Per noi è molto importante che il professore sia cosciente della sua fede, del tempo che viviamo, tempo di quaresima, della preparazione per la settimana santa, per poter rivivere di nuovo e mantenere l’identità cristiana nelle scuole. Gesù è vivente anche nelle nostre scuole"

Per loro ha organizzato un convegno a Gerico, perché i professori fossero portatori intelligenti e convinti della voce della Chiesa:

"Siamo nell’anno della misericordia, abbiamo preferito parlare nei nostri incontri sui temi della misericordia. Questo è il tema su come perdonare, saper perdonare, e aiutare i nostri alunni nelle scuole ad aiutare. Abbiamo scoperto che questo potrebbe essere un sistema scolastico che possiamo inserire nel curriculum dei nostri studenti, da poter seguire tutto l’anno per ogni classe ed aiutare l’alunno a saper perdonare"

Problema endemico delle scuole cristiane è quello del finanziamento. Questa è l’intervista concessa a Telepace soltanto due giorni primi della morte:

"Le nostre scuole cristiane in Terra Santa hanno un problema, che è quello del finanziamento. Finanziare le scuole per noi è un problema molto grave, perché i nostri alunni non possono pagare tutta la scolarità, sono tanti che si trovano nei villaggi, nelle periferie, sono poveri. Come scuole siamo aperti a tutti, ai musulmani, ai cristiani, ai poveri, ai ricchi, e allora molti dei nostri è gente che non possono pagare. Questo per noi è un problema: grazie alla chiesa che ci aiuta, le chiese in terra santa aiutano le scuole a sopravvivere, e anche grazie all'aiuto della gente che aiuta i palestinesi, aiuta per la pace, aiuta per le scuole, per l'educazione. Perché tramite l'educazione noi possiamo veramente collaborare per realizzare la pace in terra santa"

Ma la scuola è stata soltanto uno degli ultimi impegni dell’attività di padre Feysal. Lui ha lavorato in parrocchia, in seminario, nell’università, in vari organismi.

"Dopo due anni non è stato facile per me lasciare la parrocchia. A me, e anche a tutti i sacerdoti, la pastorale la parrocchia è una cosa molto importante perché siamo parroci, siamo pastori. Non è stato facile perché il parroco è come un padre per tutti i parrocchiani, come una famiglia; di staccarsi dalla famiglia non è del tutto una cosa che si può accettare facilmente, ma obbedire al vescovo è un’altra cosa, obbedire alla sua coscienza e a Dio"

Particolarmente sensibile e attento si è dimostrato verso la famiglia. In quante situazioni è entrato in modo costruttivo con la sua saggezza e la sua delicatezza di tratto!

"Abouna Faysal, Dio ti salvi! innanzitutto speriamo che tu ora sia in cielo con la Vergine Maria e i santi. Ricordo ancora quando sei venuto a trovarmi a casa per fare le catechesi con la mia famiglia: hai fatto due puntate in casa mia. Quanto amavi la famiglia! Difendere la famiglia, e difendere anche il matrimonio. Tu eri uno dei più grandi difensori del sacramento del matrimonio. Eri molto buono con le famiglie, trattavi i bambini e le famiglie con tanto amore; e trattavi proprio tutti con amore. Eri un uomo molto buono, gentile; eri il padre, il fratello, l’amico, buono per tutte le famiglie" (Wasem Kasabreh, parrocchia di Beit Jala).

Aveva davvero una grande idea della famiglia!

"La famiglia di Nazareth è il modello di tutte le famiglie del mondo di oggi perché Gesù ha voluto nascere in una famiglia per ridare la dignità alla famiglia umana"

"La famiglia protegge la persona, e la persona appoggia la famiglia. Speriamo che nel mondo orientale rimanga il suo rispetto della famiglia come cellula, come uomo e donna nella famiglia"

Vogliamo concludere tornando alle sue radici beduine, che egli riconosceva ed amava tanto.

"Qui siamo a Smakieh, un villaggio cristiano al sud della Giordania, c’è una grande famiglia che si chiama Hjazin che abita in questo villaggio; la storia della nostra famiglia è che siamo beduini, beduini nomadi che all’inizio eravamo in Arabia Saudita, nei primi secoli. Quando è arrivato l’islam siamo rimasti cristiani, perché eravamo cristiani anche prima dell’islam, siamo rimasti cristiani, abbiamo dovuto pagare le tasse e poi pian piano abbiamo dovuto lasciare l’Hijaaz, l’Arabia Saudita, siamo andati a Petra nel sud della Giordania, ed a Petra siamo rimasti secoli lì rimanendo cristiani, abbiamo mantenuto la nostra fede, eravamo battezzati. Sono passati tempi senza sacerdoti e nel 1850 questi beduini sono arrivati a Karaq e hanno preso questo terreno, regalo dai Majali (?), una famiglia musulmana che hanno offerto questa terra a noi"

"Ho trovato qui il giorno del battesimo del mio papà, che è stato battezzato il 5 maggio 1921, è nato il 14 febbraio 1921, e poi c’è la data di matrimonio, il 6 agosto 1950"

La Messa in suffragio di padre Feysal si è conclusa. Ma non vogliamo lasciarci nella tristezza. Al di là di tutte le prove, dobbiamo ritrovare il sorriso, perché come lui vogliamo far prevalere la speranza. Usando le sue parole, "La paura prevale ma non dobbiamo dimenticarci della speranza, la speranza viene nel cuore di ognuno di noi, dobbiamo aiutarci ad avere sempre la speranza, e questo incontro aiuta i parroci e i pastori ad avere la speranza loro stessi per darla ai fedeli".

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