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FlashNews

LE CORALI DELLA PALESTINA A TAYBEH

Taybeh ospita il convegno dei cori parrocchiali provenienti da tutta la Palestina, da Ramallah, da Betlemme, Gerusalemme e da altri villaggi minori. Un’intera giornata dedicata al canto e ai cantori, con lezione formativa e celebrazione eucaristica al mattino, e nel pomeriggio le esibizioni e le premiazioni dei vari cori. Coro e canto sono intimamente legati alla liturgia cristiana: esprimono la natura essenzialmente gioiosa che deve caratterizzare ogni celebrazione. "Stamattina nella lezione che ho dato a loro ho parlato del senso della liturgia, ho spiegato che la liturgia è un’azione dove Cristo è il protagonista principale. Con la sua presenza lui è il nostro capo e prega con noi, è il nostro mediatore e prega per noi, è il nostro Dio che ascolta ed esaudisce le nostre preghiere. Dunque la liturgia è la salvezza in atto, e quando la liturgia è ben preparata, le letture sono ben proclamate, ben spiegate con un’omelia appropriata, e con canti che riflettono il senso delle letture, la liturgia diventa veramente una vera celebrazione e una vera festa" (Monsignor William Shomali).

Alla catechesi sul valore del canto sacro è seguita l’Eucaristia, dove le parole del vescovo hanno subito trovato applicazione pratica: la gioiosità della celebrazione è stata bene espressa dal coro di Taybeh, formato da voci maschili e femminili. Ragazzi e adulti ne fanno parte, a dimostrazione dell’interesse che riscuote tra la popolazione, nonostante l’assiduo impegno richiesto. "Noi del coro di Taybeh ogni giorno facciamo una prova di due ore, e quando ci sono circostanze particolari prove più intense. Il coro è formato da circa 30 membri, ed ha avuto la fortuna di partecipare alla canonizzazione in Vaticano di Maria Alfonsin. Ha preso parte anche alla visita del Papa a Betlemme e in Terra Santa, e prima ancora alla beatificazione di Maria Alfonsin. Ci sono stati altri importanti eventi a cui abbiamo partecipato. Credo che il coro di Taybeh abbia ormai un'importanza storica, e trova il suo specifico ruolo nel dare solennità alle messe; naturalmente cantiamo nelle messe qui a Taybeh, per le feste e in alcune serate per Natale e Pasqua. Cantiamo insieme con gioia e la partecipazione al coro è per noi un arricchimento" (Suor Leonie Salem, direttrice del coro parrocchiale di Taybeh).

Pranzo insieme nelle sale dell’oratorio, e poi ultimi preparativi per il momento clou della giornata, e cioè l’esibizione di ogni coro con un inno tratto dal nuovo libro dei canti, che oggi viene presentato in questo magnifico contesto. L’attesa è stata lunga perché ogni coro, con l’aiuto di padre Ibrahim Nino, ha voluto provare nuovamente il proprio pezzo per dare il meglio di sé nel concerto imminente. Ben undici corali si sono esibite, cantando con l’emozione delle grandi occasioni e con il coinvolgimento derivante dall’alto significato spirituale dei testi. Ad ogni esibizione è seguita la valutazione di tre giudici d’eccezione, il vescovo William Shomali, suor Lucy Jadallah, direttrice della scuola delle Suore del Rosario a Beit Hanina, e Hanya Sudah Sabbara, membro del comitato liturgico che ha selezionato i canti per il nuovo libro. La tensione del debutto è stata compensata da un pubblico entusiasta e da un clima di festa. "Non si è trattato soltanto di una competizione ma soprattutto di un’occasione per tutti i cori di incontrarsi, di imparare gli uni dagli altri, e di ascoltare i nuovi inni aggiunti nel nuovo libro. Personalmente, mi sento privilegiata di essere membro del Consiglio per la liturgia che ha lavorato sul libro degli inni, ed è stata per me una grande gioia vedere tutti questi cori riuniti, alcuni dei quali non hanno musicisti che li possano aiutare: hanno dimostrato impegno nell’imparare inni qualche volta complessi, ed è stato molto coraggioso da parte loro esibirsi e cantare le nuove canzoni; di questo sono molto contenta" (Hanya Sudah Sabbara, Comitato Liturgico).

Colpisce vedere la numerosa ed entusiasta partecipazione dei più giovani, che prendono parte volentieri a questa occasione di ritrovo e condivisione, e che, soprattutto, sanno integrare festa e preghiera in una felice sintesi: "Mi chiamo Hanen Rayyan della parrocchia di Ramallah, Santa Famiglia. Siamo qui per unire insieme tutte le canzoni religiose e tutti i cori della Palestina. A me piace tanto cantare: sento che mi da una pace interiore, mi rende serena. Quando cantiamo e quando ascoltiamo gli altri cantare nasce in cuore un sentimento molto intenso" (Hanen Rayyan, coro di Ramallah).

"Ciao, mi chiamo Pamela Adawar della parrocchia Santa Famiglia a Ramallah, vengo qui al convegno dei cori perché incontriamo tutta la Cisgiordania, formiamo un unico amore, un unico spirito, e così glorifichiamo il nome di Dio sapendo che chi canta prega due volte. Grazie" (Pamela Adawar, coro di Ramallah).

Qui in Palestina il canto è soprattutto sacro, ed è radicato nella tradizione e nella formazione alla fede ancora oggi: "Mi chiamo Jena. Vengo dal villaggio di Jefna. Nel nostro villaggio siamo come una famiglia, andiamo in chiesa ogni domenica e preghiamo. Naturalmente facciamo tutti parte del coro, io da 5 anni, e altri da 30. Siamo persone semplici e per questo ci piace pregare e cantare. Con noi ci sono alcuni che fanno parte da tanti anni del coro. Il canto corale è una tradizione radicata nel nostro paese, in particolare in occasione delle feste, e penso che questo sia anche un'espressione della nostra cultura. Ci piace cantare per dare espressione ai nostri sentimenti. Abbiamo canti molto antichi, conosciuti da lungo tempo, da quando eravamo ancora piccoli. Il coro gioca un ruolo considerevole nella chiesa e incoraggia bambini e ragazzi a cantare, cioè a compiere sforzi positivi per pregare ed esprimere il proprio amore verso Dio" (Jena, coro di Jefna).

Il convegno delle corali sta per chiudersi, è insieme alla nostalgia, ci sono i nuovi progetti, l’aspirazione ad un coro che dia maggiore espressione alla terra palestinese. "Speriamo di poter replicare spesso questo evento, idealmente una volta all’anno. Possiamo così conoscerci meglio gli uni gli altri, e arrivare a formare un unico coro che possa rappresentare la Palestina ovunque nel mondo" (Najib Khoury, coro di Taybeh).

Con questo bell’augurio si conclude la giornata dei cori della Palestina, con un arrivederci al prossimo incontro, con nuovi canti e, perché no, nuovi cori.

 

 

ORDINAZIONE PRESBITERIALE ALLA DOMUS GALILAEAE: DAL BRASILE PER LA CHIESA DEL PATRIARCATO LATINO

Siamo alla Domus Galilaeae, affacciata sul lago di Tiberiade, per l’Ordinazione Sacerdotale di Matteo. Il nome integro è Mateus Brun Maciel, nome che rimanda chiaramente al suo paese di provenienza, il Brasile; sono venuti infatti da questa lontana nazione i genitori, il fratello, parenti ed amici. La particolarità di questa Ordinazione sta nel vedere un brasiliano diventare sacerdote per la Chiesa di Terra Santa: lontano mille miglia dalla patria di origine, sarà incardinato e a disposizione del Patriarcato latino per la cura dei cristiani arabi. Ecco perché la celebrazione avviene in arabo, sua lingua adottiva; sono presenti tanti sacerdoti locali e fedeli, per i quali Matteo è ordinato e che costituiranno il suo campo di apostolato. La celebrazione è presieduta da monsignor William Shomali ed è ben preparata i tutti i dettagli. Lo si nota già nell’allestimento della chiesa, e anche durante il canto d’ingresso, quando i giovani seminaristi del Redemptoris Mater fanno sentire le loro capacità canore, ma soprattutto la vicinanza di fede al compagno che oggi raggiunge la meta. L’ordinazione sacerdotale è sempre una celebrazione che tocca nel profondo, perché ci mette davanti alla profondità della vocazione, della relazione instaurata tra Cristo e il Sacerdote, e tra il Sacerdote e la Chiesa. Tutti i presenti ne vengono coinvolti intimamente, nessuno escluso.

E’ questo sentimento di compartecipazione che palpita nell’aria e lo si avverte soprattutto quando inizia il rito vero e proprio di ordinazione. Dopo la domanda al rettore circa le garanzie sulla preparazione, è il momento dell’eccomi, quell’eccomi che conclude un cammino di pronunciamenti in favore di Gesù che hanno accompagnato il percorso di Matteo giorno dopo giorno. Poche le parole del Vescovo nell’omelia, perché il rito stesso è già molto espressivo. Alle domande sulle intenzioni e la coscienza che lo guidano all’offerta di sé per il Sacerdozio, il candidato risponde ripetutamente e con forza il suo: Sì, lo voglio. Si avvicina al Vescovo e mettendo le sue mani nelle mani di lui, professa obbedienza perenne all’autorità ecclesiastica.

Si sta avvicinando il momento più alto: Matteo si prostra a terra trepidante invocando l’aiuto divino. Le litanie dei santi, invocazione dopo invocazione, scandiscono questo tempo di preghiera che pervade tutta l’assemblea. Matteo si alza e si avvicina al Vescovo, che nel più assoluto silenzio gli impone le mani: questo gesto essenziale e biblico significa e realizza la discesa dello Spirito che opera la nuova creazione, quella presenza di Cristo nel Sacerdote che prima non era e adesso c’è, con tutta la potenza della redenzione. Immobile nel mezzo della chiesa, il nuovo sacerdote riceve l’imposizione delle mani di tutti i presbiteri, in segno di unità di consacrazione, perché uno solo è il Cristo Sacerdote presente e operante in ciascuno.

Il novello sacerdote riceve la casula, la veste sacerdotale per le celebrazioni liturgiche, e poi in ginocchio, dalle mani del Vescovo, il pane e il calice, per l’Eucaristia che per la prima volta Matteo celebrerà oggi da Sacerdote e continuerà a celebrare nei giorni a venire come fonte e vertice di tutto il suo servizio sacerdotale. L’abbraccio di pace con gli altri presbiteri conclude il rito di ordinazione, nella rinnovata esperienza dell’unico pastore che è sempre in mezzo agli altri e continua a pascere il gregge che è suo. La Messa prosegue con l’attenzione al nucleo della stessa, all’ Eucaristia, ma allo stesso tempo con l’occhio vigile sul novello sacerdote, che dal suo posto si unisce timido e quasi confuso al grande mistero che si va compiendo con la sua bocca e la sua mano. Abbiamo un nuovo sacerdote, abbiamo una nuova testimonianza della presenza di Dio in mezzo a noi. E’ la gioia inesprimibile, che il mondo non può conoscere, ma invece conoscono bene i discepoli di Cristo, e tutti sperimentano in questa eccezionale liturgia che si avvia a concludersi con la Comunione. Il Sacerdote è per la Chiesa e il Cristo è per il Sacerdote, sembra dirsi il novello prete mentre fa la sua prima comunione da Sacerdote.

In sacrestia, mentre fuori si canta e si balla in santa allegria, chiediamo che cosa prova un Vescovo nel consacrare un Prete: "Un altro cristo nasce per la Chiesa per darei sacramenti, un nuovo pastore. Ogni nuova ordinazione è una emozione per il vescovo stesso, per i genitori, che sono venuti dal Brasile, tramite i canti la gioia, ogni anno augro dia nuovi sacerdoti alla chiesa di Gerusalemme" (Mons. William Shomali).

E lui, il nostro Matteo, nei minuti intensi e pieni di mistero dell’Ordinazione, ha ripassato il cammino che lo ha condotto fin qui, ha rivissuto gli attimi più intensi di scoperta e di fedeltà a Colui che lo ha chiamato: "Per me è causa di emozione enorme essere in questa casa perché sono venuto qua per riscoprire la vocazione e ho sentito la chiamata forte del Siginnore, ho sentito i miei fratelli, la chiamata ad esser qua nella terra di Gesù per la nuova evangelizzazione. Sono grato per i fratelli, che sono la mia famiglia, con cui compio questo cammino di iniziazione cristiana" (Mateus Brun Maciel, novello presbitero).

Il sole tramonta, ma la luce di questo giorno no, rimane nel cuore, nel ricordo, e soprattutto nella grazia che continuerà a scendere su questo mondo attraverso il Sacerdozio ministeriale.

PADRE FRANCESCO PATTON FA IL SUO INGRESSO ALLA CUSTODIA DI TERRA SANTA

Siamo presso la porta di Jaffa a Gerusalemme, in attesa del nuovo Custode di Terra Santa padre Francesco Patton, originario di Trento. Si stanno radunando la gente e i rappresentanti delle istituzioni della città, cristiane e delle varie chiese, ma sono soprattutto i frati francescani ad essere presenti in gran numero. L’attesa è grande: ogni nuovo Custode porta immancabilmente una ventata di novità, una spinta al rinnovamento che fa parte di ogni vita e ancor più della vita cristiana e consacrata. "Per noi francescani che tutte le volte che si rinnova questo incarico, è come un rinnovarsi della nostra missione. L’essere custodi dei luoghi santi fa parte del carisma francescano e quindi il nuovo insediamento di ricordare a noi frati la loro stessa missione che è quella di custodire e di essere nel cuore della chiesa, dove tutto è avvenuto e da dove riparte il messaggio della salvezza. Una storia che continua e si rinnova" (Fra Amedeo, studente dello Stadium Biblicum Franciscanum).

Padre Francesco Patton è arrivato: scende dall’auto, saluta le principali autorità venute per accoglierlo, e subito dopo si forma il corteo. E’ suggestivo vedere i mazzieri e la lunga fila dei frati che accompagnano con il canto dell’Osanna l’ingresso del nuovo Custode nella chiesa di san Salvatore. C’è aria di festa, la festa che ogni nuovo inizio merita. Alla porta della chiesa è accolto dal guardiano del convento, padre Stefano, che gli porge il Crocifisso per il bacio; al canto del Te Deum, il nuovo Custode entra nella chiesa aspergendo i fedeli con l’acqua santa. Sull’altare il visitatore generale legge il decreto di nomina, e il nuovo Custode esprime la sua piena adesione alla fede cattolica e poi, con la mano sui Vangeli, pronuncia il giuramento di fedeltà alla fede, all’incarico e ai sacri pastori. Il Visitatore risponde investendolo ufficialmente dell’autorità di Custode di Terra Santa. Giunti a questo punto, c’è la consuetudine di consegnare il cosiddetto sigillo, con il quale il nuovo Custode autenticherà tutte le sue autorevoli decisioni. Nel discorso che segue, padre Francesco Patton ricorda lo stupore con cui ha accolto la proposta di essere Custode: ha accettato l’incarico con trepidazione e fiducia, fiducia innanzitutto nel Signore che è il vero Custode, e poi nel fatto di sentirsi accolto dagli altrifrati come un nuovo ultimo fratello. "Gli auguriamo un buon servizio, come frate e come minore, in questo tempo che ha bisogno di fratellanza. La scelta dell’ordine è di incoraggiare la fraternità, il dialogo nella diversità, e questo è un momento molto significativo per il nuovo Custode ma anche per tutto l'Ordine. E' una novità, questa è la parola giusta: novità per i frati, ma anche per lui, perché tutto è nuovo ed avrà bisogno del tempo necessario per conoscere tutto. La novità è il nuovo che porta il Signore, è la possibilità di rinnovarsi per i frati, che hanno bisogno di rinnovarsi. Mi pare che per tutti noi sarà un nuovo inizio, in continuità con il precedente Custode Pierbattista" (Fra Julios Caesar, Vicario generale dell'Ordine francescano).

La celebrazione di insediamento si conclude con l’abbraccio dei frati: uno ad uno lo stringono in segno di obbedienza ma soprattutto di amore, quell’amore fraterno che costituisce la forza, la pace, ma anche la simpatia di cui gode l’Ordine francescano. Si apprezza il nome stesso del nuovo Custode che, dopo papa Francesco, è diventato ancora più caro e significativo per i francescani. "Un nome non a caso, come quello che ha scelto il papa. Un nome che ci ispira speranza, che mi ha fatto subito pensare a Gesù che ha dato la chiave a Pietro, che gli ha dato una fiducia che rinforza la presenza. Il nuovo Custode è entrato in modo molto semplice, ha chiesto accoglienza come un fratello in nome di tutti i cristiani qui in Terra Santa. Noi gli diamo il benvenuto in tutte le chiese che si trovano qui in Terra Santa. C'è bisogno di un nuovo inizio e di una nuova speranza nella Chiesa. Il nome Francesco fa pensare alla pace, all'umiltà, all'accoglienza, e infatti tutte le comunità hanno ben accolto il nuovo Custode. Benvenuto, preghiamo per te affinché tu sia l’immagine di Gesù Cristo in ogni tua decisione" (Fra Mario).

La festa si conclude nel salone della Custodia con un rinfresco nella rumorosa gioia del momento di festa, ma già si pensa alle decisioni del nuovo superiore: senza timore però, anzi con la speranza di ognuno di ricevere i suoi preziosi consigli nel proprio campo di lavoro. "E’ una gioia per tutta la chiesa locale e per le autorità che hanno partecipato, ma soprattutto è una grande gioia per noi francescani, che accogliamo il nuovo superiore per i prossimi 6 anni. Io rappresenta Acri, porta del francescanesimo, dove c’è stato il primo convento e dove si terranno i festeggiamenti per il giubileo dell’arrivo di san Francesco. Per questo, a buona ragione il primo convento dovrebbe essere quello di san Giovanni d’Acri" (Padre Quirico Calella).

"E’ un nuovo inizio, che come ogni nuovo inizio ha sempre il suo fascino. Come a Gesù che entra in Gerusalemme, abbiamo cantato Osanna al Padre Custode che, attraverso le mura, entra nella città e nella chiesa di san Salvatore. E' stato molto suggestivo. Essendo decano, devo dire che il Padre Custode conosce forse ancora poco la Terra Santa, ma sicuramente conosce molto bene lo Studium Biblicum Franciscanum, perché nelle due visite precedenti ha sempre avuto ha che fare con lo Studium. Questo nuovo incarico è una notizia positiva, come lo è ogni bella novità" (Fra Massimo Pazzini).

"Tante sfide attendono il nuovo Custode, il suo è un incarico veramente importante per la Chiesa: lui ha certamente la grazia dello stato, ma potrà anche contare sulla collaborazione dei fratelli. Tutti lo aiuteremo a fare bene il custode di Terra Santa" (Fra Bruno Varriano).

Stando in mezzo a tutti gli altri, il nuovo Custode da esempio concreto del significato della parola fraternità. I sentimenti e le riflessioni che lo hanno accompagnato in questi giorni sono numerosi e positivi: "Ho parlato di una nuova vocazione perché questa nomina è arrivata dopo una lunga esperienza di governo e servizio in provincia e per l’Ordine. Pensavo che avrei avuto modo di vivere la vita del frate normale, e invece è arrivata questa chiamata, perché di fatto è stata una richiesta di assumere un servizio nuovo. Ho usato la parola trepidazione, che è ben diversa dalla parola paura: mi rendo conto che mi viene chiesto un servizio grande, che non posso svolgere con le mie sole forze. Ma se è Dio che ci chiede qualcosa, c’è fiducia da parte mia, perché se è volontà del Signore sarà lui a sostenermi. Però conto molto anche sull’aiuto dei frati. Sono venuto innanzitutto per loro. Ho ricordato che l’abbraccio di pace è il primo gesto di accoglienza. E' un nuovo modo di fare la prima professione, e questa è da oggi la mia nuova fraternità. Sono convinto dell’importanza della comunicazione, della buona comunicazione: il Vangelo è la buona notizia, e noi siamo chiamati a far conoscere il tanto bene che Dio compie dentro la storia. Una delle nostre preoccupazioni dovrebbe essere quella di raccontare le storie di bene, perché parlandone le persone vengono in qualche modo rianimate e spinte ad avere di nuovo speranza. L’eccesso di informazioni negative ci rende più cupi e ci impedisce di vedere il bene. Cominicamo a raccontare la foresta che cresce. Senza dubbio la prima parola che mi viene da rivolgere a padre Pierbattista (Pizzaballa, il precedente Custode, ndr) è grazie: se è stato Custode per 12 anni vuol dire che è stato capace di grande animazione e di creare quei ponti a cui tutti siamo chiamati a cooperare. Spero di attingere all’esperienza di padre Pierbattista: lo conosco da anni, e credo che sia una grande risorsa per la Custodia e che continuerà ad esserlo" (Padre Francesco Patton, Custode di Terra Santa).

GRADUATION A BIRZEIT

L'anno scolastico sta per finire e si moltiplicano le feste, soprattutto per chi consegue il diploma di maturità. Siamo a Birzeit, presso un'importante scuola del Patriarcato Latino, e gli allievi sono tutti bardati con il mantello e il famoso cappello da matricola, che da noi si usa per la laurea universitaria, e qui invece viene adoperato per situazioni minori, per far sentire l'importanza dell'istruzione. "E' un evento pieno di gioia perché attesta che c'è speranza, che per il popolo palestinese continua la speranza di rimanere sulla propria terra, perché stanno crescendo quelli che dovranno costruire il futuro. Certamente questi giovani vedranno uno stato palestinese indipendente, e aiuteranno a costruirlo. Per questo quello che vediamo è un giorno felice, in cui splende questa scuola e questi allievi. Veramente siamo onorati della chiesa e di quanto fa; la chiesa cattolica rappresentata da questa scuola e le altre chiese si sono prodigate per l'istruzione e così hanno contribuito a far giungere il popolo palestinese all'unità. Sono davvero molto contento di essere presente oggi alla cerimonia di diploma di questa scuola" (Nabil Sha'ath, membro comitato centrale OLP).

La festa avviene all'aperto con potente commento musicale, con discorso di introduzione di un ragazzo, esibizione in inglese di una ragazza, assolo di una violinista: tutto concorre a creare una particolare atmosfera. Non manca la presenza dell'autorità religiosa, ad evidenziare come quella dell'istruzione sia una delle priorità del Patriarcato: "Ogni anno io partecipo a queste feste di graduatione nelle scuole nostre del patriarcato latino, prima per ringraziare i responsabili, il direttore, la direttrice per il loro lavoro. Lavoro che è costato 12 anni per poter educare un ragazzo, una ragazza fino alla maturità e per poter anche presentare le congratulazioni agli studenti stessi e anche ai loro genitori. E' un momento gioioso, festivo, dal quale non possiamo essere assenti" (Monsignor William Somali).

Quello del Patriarcato e degli insegnanti è un servizio offerto a larghe mani, infatti, pur essendo strettamente una struttura ecclesiastica, accoglie, e in larga maggioranza, allievi mussulmani di tutte le estrazioni sociali, con l'unica proposito di offrire un futuro migliore a questi giovani e, attraverso di loro, alla terra palestinese. "Le scuole del Patriarcato Latino di Terra Santa ogni anno offre alle università tanti diplomati, centinaia, ne abbiamo quest'anno più di 400 solo della Palestina e 600 dalla Giordania, che finiscono gli studi dopo 12 anni. Lo scopo è quello di fornire un'educazione alle virtù, ai valori, un'educazione sociale e anche scientifica. Siamo aperti a tutti, poveri e ricchi, non puntiamo sulle élite, al contrario la nostra scuola è aperta a tutti e proviamo a dare il massimo perché questi giovani riescano nella loro vita futura" (Padre Faisal Hijazin, direttore delle scuole del Patriarcato Latino in Terra Santa).

Obiettivi e metodo puntano innanzittutto alla formazione della persona e dei valori, e si ispirano senza mezzi termini al Vangelo, come ripropone il logo delle Scuole del Patriarcato che in latino riporta la frase: "Affinché conoscano te". Oggi la direttrice, nel congratularsi con i maturandi, così ha sintetizzato dodici anni di scuola: "Dopo 12 anni ho detto loro che devono avere l'amore, il perdono, la forza di donare. Devono imparare essenzialmente queste cose e poi devono studiare perché con gli studi avremo la libertà della Palestina, lo studio farà loro alzare la testa. E devono imparare a pensare, ad avere un pensiero libero, un pensiero pieno di speranza, ambizioso, così potranno raggiungere i loro ideali. Sono molto onorata dei miei studenti e ci auguriamo che tutti possano superare l'esame di stato" (Rawand Musallam, preside della scuola di Birzeit).

E' bello mettere in rilievo il clima familiare, di accentuata umanità, che caratterizza il rapporto insegnanti-studenti: "Ricordo che l'allievo che ha fatto il primo discorso quando è entrato il primo giorno a scuola, sua madre lo ha lasciato e lui piangeva, si stringeva ai vestiti di sua madre e non la voleva lasciare. Io gli ho detto: vieni, la scuola è bella! E gli ho dato un dolcetto. Questo ragazzo ricorda ancora oggi quel momento. Ma quasi tutti gli studenti il primo giorno piangevano, e poi dopo un mese cominciano a sentirsi membri importanti di questa scuola. Trattiamo con loro come una famiglia" (Rawand Musallam, preside della scuola di Birzeit).

I discorsi di circostanza sono finiti, è l'ora della consegna dei diplomi. Con grande solennità, gli studenti li ricevono direttamente dalle mani del Vescovo, che oggi presiede la festa, con tanto di foto e con la stretta di mano delle altre autorità presenti, accompagnati dagli appluasi dei compagni e dei familiari e da mazzi di fiori colorati. Tutto attesta quanto la riuscita scolastica sia tenuta in grande considerazione. E alla fine si lanciano in aria i cappelli, come vuole l'usanza: è questo il momento più alto della festa. A Birzeit c'è anche una grande università, e il sindaco del paese guarda lontano: "Stiamo certamente lavorando perché Birzeit diventi la capitale culturale di tutta la Palestina. Anch'io ho studiato in questa scuola, che ha reso tanti servizi alla società di Birzeit. Al mio tempo non c'era il diploma, ed io sono orgoglioso di essere stato uno degli allievi ad aver conseguito il diploma nel nono anno di attività della scuola" (Hasek Kekeh, sindaco di Birzeit).

L'allegria è al sommo e non mancano i soliti scherzi tra amici e compagni di studio, a coronare la giornata di festa.

AD EN KEREM PER LA VISITA DI MARIA AD ELISABETTA

Con la festa della Visitazione si conclude il mese di maggio; è un privilegio celebrare la festa ad En Kerem, alle porte di Gerusalemme. Nel Santuario costruito sul luogo dove l’evento si è compiuto sembra di sentire ancora echeggiare il saluto di Elisabetta e il Magnificat di Maria:

«Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore…»

Questo è il clima che si respirava durante la celebrazione presieduta dal Vicario Custodiale, con la presenza di tanti frati, soprattutto giovani, perché la festa della Visitazione è particolarmente cara all’Ordine francescano: "La devozione di celebrare proprio la festa della Visitazione è stata introdotta dai Frati Francescani nelle loro chiese. Solo successivamente è diventata estesa alla Chiesa universale più o meno nel 1608, quando sono stati composti anche i testi liturgici per questa celebrazione. E poi la festa stessa è stata fissata per il 2 luglio e per molto tempo è stata celebrata in questa data. Invece poi alla fine, dopo il Concilio Vaticano II, è stata fissata per il 31 maggio come festa della Visitazione, ma anche come festa per la conclusione del mese mariano" (Padre Dobromir, frate francescano).

La chiesa è opera dell’architetto Antonio Barluzzi, che nei primi anni del Novecento l'ha costruita su antiche fondamenta crociate, che ancora si possono ammirare sia all’esterno che all’interno. La decorazione è in parte moderna, ma tutto il luogo santo è custodito con somma cura, all'interno come all'esterno, dove la rigogliosa vegetazione completa la sensazione positiva. Durante la Messa sono stati conferiti ai giovani francescani i ministeri del lettorato, con la consegna del libro delle Scritture, e dell’accolitato, con la consegna dei vasi sacri per la celebrazione dell’Eucaristia: "Da circa 25-26 anni è stata introdotta questa consuetudine di istituire i ministeri di lettorato e di accolitato proprio in questa festa. E’ una data che coincide con la conclusione dell’anno accademico e quindi segna ed esprime molto bene quelle tappe di formazione, cioè alla fine dell’anno scolastico, alla fine di maggio, vengono conferiti i ministeri e poi alla fine del mese di giugno le ordinazioni del diaconato e del presbiterato" (Padre Dobromir, frate francescano).

La Messa si conclude con la processione verso il piano inferiore del santuario dove si venerano i ricordi più cari: la casa di Elisabetta, con il pozzo dell’acqua e il sasso che avrebbe offerto protezione al piccolo Giovanni per sfuggire alla strage degli innocenti. Si rilegge il brano evangelico del giorno, si canta il Magnificat e si conclude con la benedizione. Per tutti questi giovani frati in cammino verso il sacerdozio quale sarà il nostro augurio? "E’ un augurio che penso sia valido sempre per tutti, soprattutto per loro perché diventano ministeri della chiesa, di Cristo: di essere forti nella fede, di essere umili nell’accogliere la parola del Signore, e poi di avere il coraggio di dedicarsi al Signore per l’umile servizio al Signore nella carità, nell’annuncio della parola, nella distribuzione dei sacramenti" (Padre Dobromir, frate francescano).

Nel cortile esterno si può ammirare la statua in bronzo dell’incontro di Elisabetta e di Maria, delle due madri dei due figli che portano in grembo. E sul muro di fondo, il testo del Magnificat su ceramica, tradotto in tantissime lingue: questo canto intonato da Maria è diventato il canto più frequente e più felice della Chiesa, a simboleggiare la consapevolezza di portare in sé il mistero del Verbo fatto carne, proprio come la Madre.

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