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FlashNews

A-SHAM, UN FESTIVAL PER LA CUCINA LEVANTINA

Un festival alimentare con tema dedicato ai piatti cosiddetti ‘levantini’, riguardanti l’area geografica che va da Aleppo fino al Neghev, includendo Libano e Giordania. Lo scopo è di salvaguardare, o meglio di recuperare alcuni cibi tipici dell’area descritta. Sede del Festival è Haifa, la popolosa e bella città situata sull’omonimo golfo. Sono stati scelti 30 piatti, assegnandone uno a ciascuno dei ristoranti partecipanti. Si tratta di piatti tradizionali considerati poveri e lasciati da parte in una società che, arricchendosi, si è aperta a gusti più sofisticati: "Il primo obbiettivo del festival è riportare alla luce cibi che la gente non cucina più, perché sono molto buoni, gustosi e anche sani, ma in qualche maniera la gente li ha dimenticati, perché richiede tempo la preparazione, perché oggi è più semplice scongelare una pizza surgelata che preparare questi piatti. Il festival attrae sia arabi che ebrei, gli uni perché vogliono conoscere questi piatti, dei quali hanno sentito parlare, ma forse non li hanno  mai assaggiati; gli altri perché vogliono saperne di più sulla cultura araba di quanto ne sanno ora" (Nof Atamna-Ismael, coodirettrice artistica A-sham).

Alcuni di questi piatti sono conosciuti anche in Occidente, altri assai meno o nulla: "La maggior parte dei piatti che abbiamo qui non sono così famosi. Lo furono, ma ora sono nel dimenticatoio. Prendiamo per esempio un piatto chiamato Kakawader (o Rishta), una sorta di pasta araba, fatta di lenticchie, olio, coriandolo e aglio; un altro è la Rumania, per esempio, di Gaza. Sono piatti sani, alcuni sono vegani, ed ora la gente è molto interessata a quel genere di cucina" (Nof Atamna-Ismael, coodirettrice artistica A-sham).

Per ridare spazio a questi alimenti, è stato suggerito ai vari chef di modernizzare l’antico piatto: "Abbiamo ripreso ad esempio il più tipico piatto della cucina araba, l’hummus, e abbiamo invitato chef ebraici provenienti da ristoranti di spicco, chiedendo loro di portare il proprio omaggio a questo piatto, di proporre una personale rivisitazione, dimostrando che non è solamente uno " (Nof Atamna-Ismael, coodirettrice artistica A-sham).

Levantino significherebbe principalmente arabo, ma al festival più numerosi sono stati gli ebrei, visitatori e chef che hanno ospitato piatti tipici nei loro ristoranti. Si è visto in sostanza che in questo territorio, spesso separato, la cucina sta diventando sempre più uno spazio comune: "In questo festival ci sono stati diversi chef israeliani che sono venuti qui apposta per concentrarsi sull’Hummus, e hanno creato delle coperture per l’Hummus. Lavorare insieme nelle cucine dei ristoranti fa sì oggi che gli chef israeliani ed arabi influenzino vicendevolmente le loro cucine. Ora c’è il problema per alcuni di come chiamare questa cucina: la chiamiamo israeliana o palestinese? In realtà è una mescolanza. Se uno cerca speranza in questa zona, deve trovarla nella cucina, sicuramente” (Illah, giornalista esperta di cucina).

Il Festival ha ottenuto ottimi risultati di numeri e di interesse, ed ha ampiamente raggiunto lo scopo di essere una vetrina di cultura e di cucina. Ma ha ottenuto un’altra inattesa affermazione: "Portare la gente a stare insieme attraverso il cibo – devo ammetterlo – non è uno scopo di questo festival, ma è un qualcosa che è accaduto ugualmente… Per me è stato un successo completo! Ammetto che non si misura la riuscita attraverso i soli numeri, anche se i posti erano completi e tutti i commercianti ne sono stati molto soddisfatti! Ma questo meeting sia per l’interesse dimostrato sia per la sensazione che mi han lasciato i visitatori, che hanno chiesto, che si sono interessati, che hanno appreso qualcosa di nuovo, arabi ed ebrei, questo per me è il vero successo!” (Arieh, coodirettore artistico di A-sham).

Tanti i gruppetti incontrati per strada, che tenevano in mano il foglio illustrativo con la mappa, in cerca dei ristoranti che avevano esposto il numero di adesione al Festival: “Ho saputo di questo festival perché vivo e lavoro qui vicino. Mi ha interessato il cibo. Mi sta piacendo! Ordineremo qualcosa di pesce o forse vorrei chiedere il piatto speciale che loro hanno nel menù” (Alon di Haifa, visitatore).

Piatti tipici e prodotti tipici: il festival ha dato spazio anche ad alcune aziende che aderiscono ad una visione solidale della produzione: Siamo una organizzazione della Galilea produttrice di olio d’oliva. C’è una storia interessante dietro il nostro prodotto: siamo donne arabe ed ebree che lavorano assieme promuovendo la cooperazione e la pace nella nostra regione. Abbiamo un olio prodotto in collaborazione con una organizzazione di commercio-equo italiana. Abbiamo miele, olio, zatar. Tutto il fatturato derivante dalla nostra produzione è destinato a finanziare la promozione della condizione delle donne arabe in Israele e dei produttori arabi in Israele. Potete trovare i nostri prodotti anche in Italia ed abbiamo ottime collaborazioni con diverse organizzazioni italiane. Produciamo anche mandorle e prodotti in legno di ulivo. Vendiamo il nostro olio d’oliva in tutto il mondo, Europa, Usa, Giappone, Taiwan. La nostra speranza è che il nostro progetto possa estendere la collaborazione tra le due popolazioni qui presenti” (Hadas Lahav, commerciante partecipante ad A-sham, general manager di Sindyanna of Galilee).

Haifa è forse la città israeliana dove meglio si respira la pacifica convivenza. In questa occasione il cibo si è rivelato come un elemento vigoroso di unità tra i popoli: "Penso che il cibo sia un potente mezzo per conoscere qualcuno: se voglio che tu mi conosca, io ti invito a casa mia e tu mangi il mio cibo, che è parte del mio modo di essere! È come se tu stessi assaporando una parte del mio ! Il cibo ha il forte potere di unire: a volte c’è gente della tua stessa famiglia che tu non apprezzi, ma quando ti invitano a mangiare ci vai ugualmente se cucinano bene! Il cibo ha il potere di portare le persone vicino! Io penso che attraverso il cibo si possano far incontrare anche arabi ed ebrei. Qui la gente non sta usando i coltelli per combattere, li stanno usando per procurare piacere gli uni agli altri! Questa è la via scelta da noi chef, quella di portare piacere attraverso i coltelli, non di usarli per combattere! Credo anche che combinare insieme chef arabi ed ebraici sia un modo per dire . Quando ieri stavo camminando per strada è ho notato la mescolanza pacifica delle due etnie che siamo riusciti a creare, sono scoppiata in lacrime. Penso che abbiamo trovato la formula magica per interessare ambo le parti" (Nof Atamna-Ismael, coodirettrice artistica A-sham).

CONFERENZA STAMPA DEL PATRIARCA DI GERUSALEMME

Conferenza stampa del Patriarca di Gerusalemme Fouad Twal in prossimità del Natale. Il suo messaggio è sempre molto atteso per l’importanza che la Terra Santa riveste in ambito internazionale, in particolare in questo momento storico così complicato.

Ed è da questo aspetto negativo che il messaggio ha preso l’avvio.

Il Patriarca si è soffermato sulla Terra Santa insanguinata da un conflitto che si trascina da troppi anni: siamo stanchi, basta, è il lamento ripetuto dal Patriarca.

Ma purtroppo alzando lo sguardo lo spettacolo è tutt’altro che migliore, perché il mondo intero è sottoposto ad una minaccia terroristica senza precedenti.

Il Natale meravigliosa festa di luce è compromesso da un mondo che, direttamente o indirettamente, continua a fare la guerra.

La Chiesa ha una soluzione?

La risposta, prosegue il Patriarca, è il giubileo della Misericordia. La Misericordia è il rimedio ai mali del nostro tempo. Non si limita alle relazioni individuali, ma riguarda tutti i settori della vita, pubblica, economica, culturale, sociale, anzi è l’atto politico per eccellenza perché si oppone alla violenza, all’oppressione all’ingiustizia e allo spirito di sopraffazione.

Tornando alla situazione della Chiesa di Terra Santa, il Patriarca ricorda il problema delle scuole cristiane in Israele, osteggiate e difese; ringrazia il Presidente israeliano e molti membri della Knesset che si sono adoperati in loro difesa.

Ricorda inoltre il 50° del documento Nostra Aetate che ha posto le basi del dialogo, che qui in Terra Santa riveste un’importanza fondamentale.

Infine per una celebrazione del Natale che sia allo stesso tempo di gioia e di solidarietà con tutte le vittime della violenza e del terrorismo, lancia l’invito a spegnere per 5 minuti le luci dell’albero di Natale.

Riassumendo l’anno 2015 che si avvia al tramonto, Mons. Fouad Twal  chiude ringraziando il Santo Padre per più motivi: la canonizzazione delle due sante palestinesi, il Sinodo sulla Famiglia; la semplificazione delle procedure di annullamento del matrimonio; lo storico accordo bilaterale tra Palestina e Santa Sede, e per l’Enciclica Laudato sii sulla salvaguardia del creato e dell’ambiente.

IL TERRA SANCTA ORGAN FESTIVAL A JAFFA DI TELAVIV

Di fronte a Tel Aviv, sulle rive del Mediterraneo, sorge Giaffa, antica città del primo secolo, con il suo splendido porticciolo. Purtroppo, dopo i danni inferti dagli inglesi, dei resti antichi della città non c'è più molto. Rimane la Chiesa dedicata a san Pietro, che proprio qui ebbe la visione dell'angelo che lo esortava a superare le prescrizioni ebraiche sul puro e l'impuro. Qui nel XIII secolo i francescani costruirono la loro prima chiesa e vi sono rimasti fino ad oggi.

È anche una tappa dove in questa giornata sosta il Terra Santa Organ Festival, l'evento musicale che sta percorrendo la Terra Santa. Il Santuario possiede, infatti, il più antico organo di Terra Santa.

Fra Riccardo Ceriani, responsabile dell'Organ Festival ci spiega che gli organi sono presenti qui dall'800, e poi sono stati cambiati, rifatti o sono andati in malora. Perché un festival sull'organo? "Perché l'organo è strettamente connesso alla liturgia. Quindi dove c'è una comunità, dove c'è una liturgia ufficiale come può essere a litrugia della Custodia di Terra Santa, gli organi servono" – e continua – "Questo qui di Giaffa è il più antico organo di Terra Santa: è del 1847, organo della ditta Agati di Pistoia. E all'interno, nel retro della cassa c'è scritto specificatamente «Per Gerusalemme». C'è ancora il segno di spedizione, che era stato spedito nel 1800 per Gerusalemme".

Gli eventi musicali legati all'organo oltre che Israele e Palestina toccheranno anche Giordania, Libano, Cipro, Grecia e possibilmente Siria ed Egitto. Il TS Organ Festival è infatti l'unico festival al mondo  organizzato su 8 stati. Inoltre con questo festival si dà anche la possibilità alle persone di tutte le religioni che si trovano in questi territori di ascoltare il suono dell'organo che altrimenti sarebbe riservato soltanto alle  liturgie dei cristiani durante la domenica.

Organista della serata è Peter Lattona, Direttore musicale del Santuario Immacolata Concezione di Washington al quale abbiamo chiesto quali brani ha scelto per l'esecuzione: "Suono la Musica del 700-800,  perché questo organo è storico. E' del '900... però sembra un organo del 700, perché i pedali sono pochi, non ci sono i pedali come negli organi dell'800 in Germania o Francia. Dunque la musica di Frescobaldi, per esempio, l'organista di san Pietro nel 1400,  non usava i pedali, solamente i tasti... E' piccolo e la musica del 700-800 si adatta veramente bene a questo strumento".

Fra Riccardo Ceriani, ci ha spiegato che non è stato difficile coinvolgere i vari organisti perchè il Festival riceve settimanalmente richieste da orgnanisti di tutto il mondo, dall'Australia al Giappone, che vogliono suonare, e una delle motivazioni è proprio la Terra Santa: "Perché i nostri concerti si svolgono nei luoghi santi, nei luoghi santi di cui alcuni sono proprio di prima grandezza, come posso dire la Basilica dell'Annunciazione a Nazareth per dirne uno. E questo per loro è anche una grande attrattiva. Infatti quelli che aderiscono al nostro festival vengono in genere più per devozione che per il misero caché che noi gli diamo" (fra Riccardo Ceriani, responsabile dell'Organ Festival)

Peter Lattona, l'organista della serata confida alle telecamere che ha cominciato ad appassionarsi all'oragano da piccolo e che di recente ha goduto di grandi soddisfazioni: "Per me è un grande onore, perché non solamente sono qui per presentare questi 4 concerti, ma è la prima volta che io sono qui in Terra Santa. E' un grande onore, una cosa molto spirituale... A otto anni suonavo l'organo in chiesa, sempre mi piaceva la Chiesa, la Messa, la musica nella chiesa. Ho studiato in Francia e poi negli Stati uniti. E poi io sono diventato Direttore di musica alla Basilica, Santuario nazionale, della Immacolata Concezione di Washington. E la settimana scorsa è venuto papa Francesco per la Messa e io con il coro facevo la musica per la Messa. Questa è la seconda volta che ho suonato per il P apa".

Il Terra Santa Organ Festival è un modo insolito per dare visibilità e solidarietà alle comunità cristiane sparse nel medio oriente. Ma la musica appartiene da lungo tempo al patrimonio francescano, come ci ricorda Fra Riccardo Ceriani: "Fin dall'inizio san Francesco ha utilizzato non solo la Parola, il Logos, per comunicare la parola del Signore, ma anche la musica. E questo dall'inizio dell'ordine francescano la musica e l'arte sono sempre stati una specificità dell'ordine francescano".

APERTURA DELLA PORTA SANTA A GERUSALEMME

 

L’anno della Misericordia si apre anche in Terra Santa. A Gerusalemme oggi l’apertura della prima Porta di Misericordia, presso la chiesa dell’Agonia al Getsemani.

“Oggi nella città santa di Gerusalemme si apre la porta santa in questa basilica del Getsemani, che ricorda l’agonia di Gesù. Per noi che viviamo qui nella terra santa è un grande segno di speranza. Sappiamo che Cristo è la porta. Ma  noi tutti che viviamo qui tra la paura, le guerre, in mezzo a tante difficoltà, la gente nostra ha tanto bisogno di una parola di speranza, di qualcuno che ci aiuti a sperare. Cristo è la porta e la nostra speranza. Siamo sul Monte degli Ulivi. Sant’Antonio di Padova chiamava questo Monte il monte della Misericordia Per noi è un grande regalo che gli ordinari di Terra Santa abbiano scelto la basilica del Getsemani per l’anno giubilare. Inoltre siamo di fronte alla porta dorata, chiamata anch’essa porta della misericordia. Tutti i pellegrini che verranno a questo santuario certamente avranno l’opportunità di entrare per la porta. Ma come dico di nuovo: la porta è Cristo Redentore ieri, oggi e sempre” (fra Benito, Comunità Francescana del Getsemani).

Mentre all’interno della Basilica i fedeli hanno pregato nell’attesa dell’apertura, all’esterno altri hanno camminato attraverso la Città Santa, mostrando anche visivamente il loro accorrere verso il luogo della Misericordia. Molti i sacerdoti concelebranti con il Patriarca Fouad Twal. Il rito di apertura è iniziato all’esterno della Basilica. Gli spazi erano stretti, ma tutto si è svolto con grande partecipazione. Il Patriarca ha dato inizio alla preghiera, poi il rito è proseguito al canto delle litanie dei santi, mentre celebranti e popolo hanno compiuto un duplice giro attorno al famoso Giardino degli Ulivi. Lentamente ci si è portati davanti all’imponente porta di bronzo, chiusa. Chi la potrà aprire? Letture e preghiere, quindi il Patriarca si è avvicinato alla porta percuotendola, o forse meglio bussando: e la porta si è aperta. Non un gioco, non un trucco: la porta si è aperta davvero, e subito di fronte all’ingresso stava il Cristo Crocifisso. Come un fiume in piena, la gente è entrata nella casa di Dio, lasciando un segno di amore al Cristo, che con il suo sacrificio ci ha aperto le porte della casa del Padre suo.

“L’apertura della porta santa qui in Terra Santa ha un significato tutto speciale. In questa terra si è manifestata la misericordia di Dio nel suo figlio Gesù Cristo. E questo celebriamo oggi in un modo speciale. Aprendo questa porta santa ricordiamo tutta l’azione misericordiosa di Dio per noi nel suo Figlio. Con questo simbolo di entrare attraverso la porta santa, intendiamo bussare alla porta di misericordia del cuore di Dio in questa terra che ancora oggi ama nella sua misericordia. Chiediamo a Dio che la sua misericordia non manchi mai fra noi, non manchi mai in questa terra amata da lui da sempre” (fra Dimas, Frati Minori Missionari, Brasile).

Per la Terra Santa, oltre a questa del Getsemani, verranno aperte nella notte di Natale la porta della Natività e il 27 dicembre quella della Basilica dell’Annunciazione. Questa moltiplicazione di porte sante non è priva di significato, anzi indica essa stessa la sovrabbondanza della Misericordia, l’invito generalizzato, incondizionato, illimitato, caratteristico della infinita Misericordia divina, alla quale tutti possono fare ricorso: peccatori e santi, dipendiamo tutti esclusivamente dalla Misericordia. Per questo insieme alla gente comune sono qui tanti religiosi, tutti straordinariamente felici nel rendersi conto ancora una volta di quale misericordia siamo il frutto: “Contentissime di partecipare all’apertura della porta santa. Noi viviamo in Terra Santa, però abbiamo bisogno della nostra porta santa per ottenere la misericordia di Dio e il perdono dei nostri peccati. Siamo contenti oggi di essere qua, dopo sarà a Betlemme, dopo a Nazareth. Siamo venuti con le suore, con i preti della nostra famiglia religiosa del Verbo Incarnato. Stiamo aspettando, ci stiamo preparando un’ora prima ci prepariamo un’ora prima con la preghiera e la confessione” (sr. Pia, Istituto del Verbo Incarnato, Betlemme).

Nell’omelia il Patriarca Fouad Twal ha ricordato che ci sono le porte della Misericordia, ma la più bella, la più efficace porta di Misericordia è quella del confessionale: “Dicevo che ci sono le porte che abbiamo designato, qui al Getsemani, qui a Betlemme, anche a Nazareth, ce ne sono delle altre… però io penso che la porta più bella in questo anno di misericordia deve essere la porta del confessionale. La porta del confessionale è la più bella: entriamo dentro, diamo al Signore quello che abbiamo, la miseria, la debolezza, i nostri limiti, le nostre divisioni, abbiamo la cultura dell’odio e della morte, diamo al Signore quello che abbiamo, prendiamo da Lui quello che Lui ha. Lui ha solamente misericordia, tenerezza, perdono, amore. Facciamo con lui uno scambio: diamo quello che abbiamo, prendiamo quello che ha” (Mons. Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme).

Esperti della divina Misericordia, non possiamo fare a meno di usare misericordia. E qui, dal luogo dove l’agonia di Cristo si congiunge con l’agonia dei popoli, sale l’invocazione alla misericordia: invocazione a Dio, invocazione agli uomini perché tutti facciamo prevalere la misericordia verso i nostri fratelli: “Dal Getsemani, chiesa dell’agonia, dove l’agonia di Cristo non si è mai fermata e l’agonia dei popoli, l’agonia dei rifugiati, l’agonia di quelli che soffrono, bambini, anziani, donne, tutti quanti… da questa chiesa dell’agonia che non si è mai fermata, lanciamo un appello. Parlo a tutto il mondo, un appello anche a livello di stati, a livello umanitario, per più misericordia, per più pace, per più giustizia di cui abbiamo tanto tanto bisogno. Noi chiesa di Gerusalemme, chiesa che ha vissuto, che ha provato la misericordia del Signore a partire dall’agonia, da qui, noi dobbiamo essere una chiesa della misericordia. Le nostre istituzioni, i nostri ospedali, le nostre scuole, la nostra vita pastorale, tutto deve essere basato sulla misericordia” (Mons. Fouad Twal, Patriarca latino di Gerusalemme).

Chi verrà in pellegrinaggio il prossimo anno, oltre alla visita dei luoghi santi, avrà la possibilità di attraversare tre porte sante. Troppa grazia, vorremmo dire. Sì, è questa possibilità di Grazia, già sensibile nei luoghi santi, che sarà ulteriormente aumentata: “E’ molto emozionante avere l’opportunità di vivere nei luoghi santi un momento come questo.  Per noi cristiani è una festa straordinaria essere oggi qui in un luogo come questo di Gerusalemme. E’ davvero molto emozionante” (Carola Abreu, Brasile).

CONFERENZA STAMPA A RAMALLAH  DEL PRIMO MINISTRO ITALIANO FEDERICA MOGHERINI

Al Moevenpick di Ramallah, conferenza stampa del ministro degli esteri italiano, Federica Mogherini.  La visita in Israele e Palestina era programmata da tempo, purtroppo è avvenuta in un momento particolarmente critico.

“Credo che sia importante in tempi così difficili e così tesi, come questo, ricordare che c’è un interesse comune dei due popoli, prima ancora che dei due governi, a lavorare insieme perché ci siano le condizioni per una convivenza” (Federica Mogherini, Ministro degli Esteri italiano).

Oltre agli incontri con Netaniw e Abu Mazen, sempre utili per favorire le relazioni, il Ministro ha visitato e incoraggiato vari progetti della presenza e della Cooperazione Italiana in Palestina. La vediamo accolta a Betlemme in visita al Mehwar, centro di accoglienza per donne vittime di violenza finanziato dall’Italia e gestito dal Ministero degli affari sociali palestinese, dove ha inaugurato il nuovo salone di bellezza.

In Palestina si vanno costruendo molte realtà valide, il problema fondamentale resta quello della pace, che da secoli è il saluto augurale di ogni giorno, ma la pace non trova ancora casa. Sembra quasi una maledizione, o forse c’è qualche ostacolo strutturale nello stabilirsi della pace in Medio Oriente?

“E’ un elemento più culturale che politico, ed è l’idea che si debba scegliere da che parte stare. A me stupisce molto quando mi si dice: Stai con gli Israeliani o stai con i Palestinesi? Come non ci fossero l’interesse, un diritto comune, del popolo israeliano e del popolo palestinese a vivere in pace in questa Terra. Credo che la ricostruzione della consapevolezza che si può essere amici del popolo palestinese e del popolo israeliano, che si può lavorare contemporaneamente perché entrambi abbiano pace e sicurezza ed uno stato, credo sia il principale obiettivo culturale, prima ancora che politico, da ricostruire. E poi il lavoro sulle giovani generazioni. Mi ha colpito tantissimo da una parte il rapimento e l’uccisione dei tre ragazzi israeliani, e poi il ragazzo palestinese bruciato vivo. Questo significa che c’è un odio che cresce soprattutto nelle giovani generazioni che identificano l’altro, che magari non conoscono neanche, come male assoluto. E questo significa che dobbiamo fare degli sforzi  di medio e di lungo periodo per riallacciare anche i contatti personali, tra le persone, perché è molto più difficile odiare una persona  che si frequenta e si conosce. Creare le condizioni, anche banali occasioni per passare del tempo insieme, per fare delle cose insieme. Se si fanno delle cose insieme è più difficile odiarsi. E credo che questo lavoro di lungo periodo possa creare le condizioni per avere delle opinioni pubbliche, delle società civili più mature per accettare e anche per chiedere la pace alle proprie leadership politiche. Da un lato e dall’altro, e anche più in generale nella regione” (Federica Mogherini, Ministro degli Esteri italiano).

Al termine dell’incontro con il Ministro degli esteri palestinese sono stati firmati una serie di protocolli d’intesa bilaterali tra Italia e Palestina, in particolare su temi umanitari per i quali l’Italia è particolarmente sensibile, quali la salute, la promozione della donna e progetti di microcredito.

Come Italiani che da tempo vivono in questa Terra, avvertiamo una speciale simpatia sia da parte israeliana che da parte palestinese.  Non è forse questo un indice di un ruolo speciale che l’Italia, pur nell’esiguità delle risorse, sta giocando e potrà ancora giocare in futuro nello sviluppo culturale e organizzativo di questi due Paesi?

“Io ho trovato lo stesso senso di amicizia anche negli incontri istituzionali, a dimostrazione del fatto che si può essere amici di entrambi, si può lavorare per avvicinare le due parti. Ho avuto grandi attestati e senso di amicizia da parte israeliana verso l’Italia e la stessa cosa dal lato palestinese. E credo che questo sia il valore aggiunto, non tanto della politica e della diplomazia italiana, ma anche di noi italiani. La cooperazione, l’economia, la cultura, anche il giornalismo, mostrano la capacità intanto di leggere la complessità di questa zona. Noi da italiani siamo abituati alla complessità, e dunque ci riesce meglio capire quanto è sfumata a volte la situazione e quanto complessa sia, ma poi anche la capacità di parlare con tutti, di ascoltare tutti e quindi anche di proporre delle strade di dialogo comune” (Federica Mogherini, Ministro degli Esteri italiano).

 

a cura di Francesco d. Zampini

 

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