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FlashNews

PROSEGUONO I LAVORI ALLA BASILICA DELLA NATIVITÀ

Da metà settembre a Betlemme sta lavorando la Piacenti, la ditta di Prato che ha vinto l’appalto internazionale per i lavori di restauro della Basilica della natività.

Dopo un inizio difficoltoso (a causa del doppio confine israeliano – palestinese da attraversare e dei turni interamente notturni per non disturbare le preghiere dei fedeli) i lavori proseguono ora a pieno regime sebbene il tetto della Chiesa si stia rivelando ricco di sorprese che inducono a delle lievi modifiche di programma. È questo il caso dello strato di calce, argilla e fibre vegetali ritrovato inaspettatamente sotto la lastra di piombo del tetto, che funge da isolante rispetto alle alte temperature esterne.

Il lavoro cercherà di essere il meno invasivo possibile, prevedendo di restaurare più che di sostituire.

Marcello Piacenti (project manager) - Cerchiamo di mantenere l'ultimo chiodo, l'ultimo tassellino. Questo soffitto è stato costruito dai veneziani della fine del '400, ma ci sono anche parti originali, travi che risalgono anche al periodo di Giustiniano. Le parti in cedro sono quelle più originali, mentre le conifere e la quercia è stata portata dai veneziani.

Altra particolarità di questo progetto è l’idea di sostituire le travi più danneggiate non con materiale nuovo, ma con del legno di circa la stessa età di quello che si va a sostituire.

Marcello Piacenti (project manager) -  In partenza era stato previsto di mettere del materiale nuovo, ma il legno nuovo ha troppa più forza, anche se l'umidità è stata portata al punto di quello antico non ha la stessa consistenza. Abbiamo avuto la fortuna di trovare in Italia del materiale antico in quercia e in larice, a cui è stato fatto un bel check up, che utilizzeremo nella ristruturazione del tetto.

La prima fase dei lavori riguarda solamente il rifacimento del tetto e la sostituzione delle finestre della Basilica. Sebbene decoesi e danneggiati, nulla è previsto allo stato attuale per i molti mosaici, risalenti all'anno mille, che adornano la struttura, se non un'opera di c

I lavori avranno la durata di un anno e al momento non è prevista una data di inizio per la seconda fase, in cui si dovrebbe procedere con il restauro della Basilica. Greci Ortodossi, Francescani (a rappresentanza della Chiesa latina) e Armeni sono comproprietari tanto della Natività quanto del Santo Sepolcro: i loro rapporti e la suddivisione delle aree di proprietà all’interno dei luoghi santi sono regolate dal principio dello status quo, stabilito nel diciannovesimo secolo.

Fino a questo momento il difficile rapporto tra queste comunità ha impedito che potessero raggiungere un accordo per permettere che venissero svolti dei lavori di ristrutturazione, ma oggi, almeno i lavori più urgenti hanno potuto avere inizio.

"Nel 1935, gli inglesi durante il loro mandato, decisero di restaurare la chiesa della natività ma poichè le tre comunità non riuscirono a giungere a un accordo, il governo decise di andare avanti con i lavori, senza alterare lo status quo. Ai giorni nostri l'obiettivo degli Stati Uniti e dell'Europa, ma specialmente degli Stati Uniti, è quello di incentivare il cosiddetto turismo religioso, al fine di promuovere il processo di pace tra palestinesi e israeliani e di rafforzare l'economia palestinese. Questo è diventato un imperativo dal punto di vista americano e delle altre parti coinvolte nel processo di pace (Teofilos III, Patriarca greco ortodosso di Gerusalemme).

"Diciamo che il tetto della basilica di Betlemme è una vexata quaestio, una questione molto antica di discussione. È un'opera meravigliosa fatta nel periodo rinascimentale con qualche ritocco, ma diciamo che il grosso della struttura è ancora quello, per cui risente del tempo e doveva essere restaurato" (p. Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terrasanta).

Tuttavia, quello che può sembrare un piccolo passo è in realtà un grande avvenimento nella storia della Basilica e dei rapporti tra le Chiese del Medio Oriente che per troppo tempo non sono riuscite a superare le divisioni, intrappolate dalla storia e dagli scontri che li hanno visti protagonisti negli ultimi secoli.

"Un passo alla volta ma credo che sarà molto difficile fermare questo processo di restauro e di splendore rinnovato per questo syìtupendo gioiello che è la basilica della natività. Il desiderio di crescere tra le chiese cristiane nell'armonia e nella cooperazione c'è  ed è sentito da tutti in maniera sincera dobbiamo forse imparare meglio a mettere un po' più a fuoco questo coordinamento e poi liberarci da un po' di paure che forse sono un po' eccessive. Credo che con il tempo, con il passare delle generazioni arriveremo anche a questo" (p. Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terrasanta).

a cura di Ilaria Meli

QUATTRO NUOVI DIACONI PER LA CHIESA IN MEDIO ORIENTE

La Domus Galilaeae ti accoglie con le parole che Giovanni Paolo II disse al suo ingresso “Il Signore vi ha aspettato qui su questa montagna”. Il suggestivo edificio, costruito sulla cima del monte delle Beatitudini, da dove Gesù pronunciò uno dei suoi discorsi forse più rivoluzionari, è, tra le sue varie e variegate funzioni, anche la sede del seminario Redemptoris mater. Quattro ragazzi - due provenienti dal Sudamerica, due, invece, italiani - dopo un lungo percorso di formazione in questo seminario neocatecumenale sono stati ordinati diaconi con una intensa ed emozionante celebrazione.

Leandro Setuval, uno dei nuovi diaconi, ricorda che una delle più grandi ricchezze ricevute dal seminario sia stata la possibilità di conoscere e confrontarsi con ragazzi provenienti da altri Paesi, che gli ha permesso “di capire così le altre culture ed entrare in comunione e questo è uno dei punti fondamentali nella nostra formazione: la comunione con l’altro, la comunione con l’altro perché l’altro è Cristo.”

Vivere il seminario negli stessi luoghi in cui ha vissuto e dove ha iniziato al sua predicazione Cristo è stata, invece, per Davide Meli la grazia più grande.

A presiedere la cerimonia il patriarca Twal, presenti il vescovo Marcuzzo e il vicario patriarcale della chiesa melchita Youssef Zrey oltre a numerosi fedeli, giunti da molte parti del mondo. Molto toccanti e partecipati i momenti più caratteristici della celebrazione: l’obbedienza, la prostrazione, l’imposizione delle mani e la consegna del Vangelo e della veste diaconale.

I diaconi saranno ora chiamati a svolgere il loro mandato in diverse parrocchie, alcune in Israele e Palestina, altre in Giordania, perché peculiarità della missione evangelizzatrice dei diaconi neocatecumenali del seminario Redmptoris Mater è che essa può essere svolta in qualunque parte del mondo (anche se in questo seminario i giovani vengono preparati in particolare per il Medio Oriente) e in qualunque Chiesa.

“Gli auguro di imparare sempre da Cristo, – dice il rettore del seminario Francesco Voltaggio - mite e umile di cuore, a farsi piccoli, a farsi umili, a essere veramente a servizio della gente, di amare le pecore, di avere l’odore delle pecore, come dice bene anche Papa Francesco, uscire dagli schemi e veramente essere dei servi zelanti, a suo servizio, a servizio del Signore, ne abbiamo molto bisogno nella Chiesa”

a cura di Ilaria Meli

IL CONCERTO DEL MAGNIFICAT ALLA BRIGHAM YOUNG UNIVERSITY

Per l’ottavo anno la Brigham Young University di Gerusalemme, nota anche come Università dei Mormoni, sul Monte degli Ulivi, ha invitato l’Istituto Magnificat a partecipare alla sua prestigiosa stagione concertistica. I migliori allievi dell’Istituto si sono esibiti nell’auditorium dell’università affacciato con ampie vetrate sul panorama notturno di Gerusalemme; interpretando con disinvoltura brani classici e moderni hanno raccolto i consensi di un folto pubblico.

L’Istituto Magnificat è la scuola di musica della Custodia di Terra Santa ed è stato fondato nel 1995 da padre Armando Pierucci, maestro organista del Santo Sepolcro. Il Magnificat segue i programmi d’insegnamento dei conservatori italiani e grazie a una convenzione stipulata un anno e mezzo fa con il Conservatorio Arrigo Pedrollo di Vicenza ha ottenuto il riconoscimento da parte del Ministero dell’Istruzione italiano, per cui è in grado di rilasciare diplomi di livello universitario validi anche nell’Unione Europea. I giovani che si sono diplomati al Magnificat hanno ora una carriera nel mondo della musica; tre di loro insegnano nello stesso Istituto e la sera del concerto sono stati impegnati a dirigere e ad accompagnare al pianoforte i ragazzi.

Sono stati rappresentati molti dei corsi di studio offerti dal Magnificat: il pianoforte e l’organo, il violino e il violoncello, la chitarra, il flauto, il canto. Il coro che ha concluso la serata, “The Yasmeen Buds Choir”, formato dai coristi più piccoli della scuola, era alla sua prima esibizione pubblica. Altri allievi invece, nonostante la giovane età, hanno già familiarità con il palco, come il talentuoso pianista Mohammad, di padre palestinese e madre russa.

Al Magnificat si parlano dieci lingue; vi studiano e insegnano Israeliani e Palestinesi, musulmani, cristiani ed ebrei. Suonare assieme vuol dire leggere sullo stesso spartito, scambiarsi indicazioni, condividere l’emozione della musica e collaborare alla riuscita dell’esecuzione. A Gerusalemme, città contesa, la scuola di musica dei Francescani aspira a essere anche laboratorio di dialogo e di pacifica convivenza.

Si usa dire che la musica è un linguaggio universale; invece anche la musica parla lingue diverse, che sono le diverse tradizioni musicali. Il Magnificat propone ai ragazzi medio-orientali lo studio della nostra musica classica, ma non trascura le melodie della loro tradizione, che padre Armando armonizza secondo il sistema occidentale. Anche in questo caso bastano degli arrangiamenti per intendersi, per lanciare ponti e rendere possibile l’incontro.

Roberta F. Galimberti

LA CHIESA DI SAN GIORGIO A TAYBEH: VISITA CON ABUNA JACK

Abuna Jack, il parroco melchita del villaggio di Taybeh, ci accompagna a visitare i resti della locale chiesa di San Giorgio, scavata tra il 2000 e il 2009 da un’équipe di archeologi francesi.

Situata circa trenta chilometri a nord-est di Gerusalemme, Taybeh, anticamente chiamata Efraim, è menzionata molte volte nel Vecchio Testamento e una volta nel Nuovo, nel Vangelo di San Giovanni: “Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli” (Gv 11, 54).

Oggi Taybeh è l’unico villaggio interamente cristiano della Palestina: i suoi 1300 abitanti sono Greci Ortodossi, Greci Cattolici (Melchiti) o Latini; l’area racchiusa entro le tre chiese è detta “triangolo santo”. Il cimitero è uno solo, condiviso dalle tre comunità, che festeggiano assieme il Natale e la Pasqua (secondo il calendario giuliano); la Domenica delle Palme tutti i Cristiani partecipano a una processione che parte dalla chiesa melchita, tocca quella latina e quella ortodossa e infine si conclude presso la chiesa di San Giorgio, dove è impartita la benedizione finale.

Le strutture attualmente visibili sul sito della chiesa di San Giorgio si devono a interventi distinti, succedutisi nel tempo.

La prima fondazione è bizantina: la chiesa originaria, del V secolo, era una basilica a tre navate, di cui la centrale conclusa da un’abside sporgente; era coperta da un tetto di legno e tegole. L’ampia scalinata antistante la chiesa è ancora in opera, mentre la facciata è crollata. Entrando, si accedeva al nartece, dove si fermavano i catecumeni e i penitenti; gli altri fedeli procedevano nelle navate e le donne e i bambini salivano per la scala di destra che conduceva al matroneo, al piano superiore. All’inizio del VI secolo furono aggiunte due cappelle a nord e a sud e nei due secoli successivi le strutture esistenti furono più volte rimaneggiate.

Sotto la dominazione dei Fatìmiti, tra i secoli X e XI, la chiesa cadde in rovina; in questo periodo fu eretto il muro che precede la scalinata d’ingresso e sopra il quale giacciono alcune colonne dell’edificio bizantino.

Infine, nella seconda metà del XII secolo, i Crociati ricostruirono la chiesa, riducendone però le dimensioni. La facciata oggi in piedi è quella crociata e sulla sua soglia si praticano ancora sacrifici di animali: i privati, dopo aver compiuto il sacrificio in occasione di un grande evento, distribuiscono la carne alle famiglie povere. Nel pavimento davanti alla facciata crociata, sulla sinistra, si apre una botola che conduce al cimitero sotterraneo del clero; vi sono state rinvenute delle ossa, traslate nel cimitero di Taybeh.

La chiesa crociata aveva una sola navata e, oltre all’abside principale, due absidiole laterali. Era coperta da volte di pietra e sormontata, al centro, da una cupola. Fu costruita reimpiegando in modi nuovi i blocchi di pietra già scolpiti che erano appartenuti alla chiesa bizantina smantellata, come si vede nel pilastro a destra dell’abside.

L’absidiola sud ospita il battistero: risalente all’epoca bizantina e collocato in origine nella cappella nord, fu spostato qui dai Crociati. La vasca ha forma di croce e contiene un gradino, caratteristiche che suggeriscono come nel VI secolo vi si battezzassero, assieme, quattro bambini alla volta.

Mentre l’abside principale è parzialmente crollata, quella della cappella sud si conserva integra. Al centro, una pietra mobile nascondeva il tesoro o le reliquie. Inoltre, nella stessa cappella sud, un reliquiario di epoca bizantina si trova inglobato nel muro crociato, che è più massiccio di quello originario bizantino perché doveva sostenere non più un tetto di legno e tegole, ma delle volte di pietra.

A nord, invece, una piccola sacrestia contiene una pietra rossa che serviva come altare della prothesis, la preparazione dei doni secondo il rito bizantino. Questa pietra proveniva da un tempio pagano; il foro al centro serviva a far colare il sangue dei sacrifici.

La cappella nord, aggiunta alla chiesa nel VI secolo, fu successivamente suddivisa in più stanze e racchiude due pozzi: uno al centro, profondo sette metri e venti, serviva per attingere l’acqua; un altro all’estremità ovest, profondo sei metri e mezzo, era quello del battistero.

Tra i tesori più preziosi della chiesa di San Giorgio sono i resti del mosaico pavimentale bizantino, in alcuni punti occultato dai muri e dai pilastri eretti in epoca crociata. Il mosaico era di tre tipi: a tessere piccole (di 2 cm quadrati) e con figure colorate per l’interno della chiesa; a tessere grandi (di 4 cm quadrati) per l’esterno; e a tessere di misura intermedia (3 cm quadrati) per il nartece. I Crociati sostituirono il pavimento musivo con un pavimento in pietra.

La chiesa è di proprietà dello Stato Palestinese, che sta lavorando per migliorarne la conservazione e favorirne la fruizione. Taybeh possiede anche altre testimonianze storiche: i resti di una seconda chiesa bizantina di poco più tarda (del VI o VII secolo) si trovano sotto l’attuale chiesa greco-ortodossa e il centro storico del villaggio è dominato dalle rovine di una fortezza crociata risalente al XII secolo, il Castello di Sant’Elia, che in arabo è chiamato Bobarie dal nome del comandante francese Bovary.

“Siamo fieri – osserva con orgoglio Abuna Jack – di stare nell’unico villaggio interamente cristiano rimasto in Terra Santa, ma non siamo fanatici contro i musulmani, anzi viviamo tra sedici villaggi musulmani e siamo con loro in buoni rapporti.”

Roberta F. Galimberti

HORTAS IN FESTA PER SUOR MARIA CRESCENZIA

Hortas è un piccolo centro vicino a Betlemme che ospita, su quello che la tradizione ricorda come il giardino di Salomone, narrato nel Cantico dei Cantici, il santuario dell'Hortus Conclusus, affidato da più di un secolo alle Figlie di Maria SS. Dell'Orto, insieme alla scuola materna e all'ambulatorio annessi alla struttura. È in questa suggestiva cornice che si svolge ogni ottobre la festa in memoria del fondatore della congregazione, il santo italiano Antonio Maria Giannelli

Durante la celebrazione di quest'anno, la comunità di Ortas ha ricordato il primo anniversario della beatificazione della loro sorella Suor Maria Crescenzia, detta "Sor Dulzura", suor dolcezza, dedicandole un altare in uno dei lati della chiesa, sopra il quale è stato posto un dipinto realizzato dal pittore sanmarinese Leonardo Blanco, già autore di un'opera bronzea situata nella basilica di Nazareth. Caratteristica che collega sia l'opera che la celebrazione è la violetta, fiore amato da Suor Maria Crescenzia, che lo riteneva simbolo di umiltà: il fiore, oltre a fare da sfondo al quadro, è stato anche cardine dell'allestimento della chiesa.

La celebrazione, officiata da Monsignor William Shomali, vescovo ausiliario del patriarcato latino per Gerusalemme, durante la quale l'altare, dedicato alla beata, è stato completato con una reliquia, ha visto la partecipazione di numerosi fedeli, alcuni dei quali provenienti anche dall'Italia. Ma quale può essere oggi per noi il messaggio di Suor Maria Crescenzia?

"Lo stesso che diceva il nostro padre fondatore, mi sembra, - racconta Suor Rosa -  che è quello che ha capito bene Maria Crescenzia nella sua vita e si presenta anche come un esempio per tutti noi. Il padre fondatore S. Antonio Giannelli diceva: "Tutti possiamo essere santi" e che il santo non è colui che fa questo o quest'altro o che sta in un posto o in un altro posto, ma è la persona che fa il volere di Dio e che lo fa con più amore, con più sincerità, con più apertura di cuore e questo ha vissuto Giannelli e questo ha vissuto Maria Crescenzia e lo possiamo vivere tutti noi anche con la grazia di Dio" (sr. Rosa).

Ilaria Meli

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