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FlashNews

I CORI PALESTINESI INCONTRANO LA MUSICA INTERNAZIONALE AL PALESTINE CHORAL FESTIVAL

L'estate in Palestina si anima grazie al Festival Corale Palestinese (Palestine Choral Festival), un evento itinerante organizzato dal Conservatorio Nazionale Palestinese Edward Said e dal Coro di Londra, che da diversi anni vede l'intervento di musicisti e cori provenienti da svariate parti del mondo, oltre che locali naturalmente. La riunione di così tanti musicisti e cantanti permette di organizzare numerose attività, a Ramallah e a Betlemme, a Birzeit e a Gerusalemme: concerti soprattutto, ma anche laboratori intensivi per i musicisti palestinesi più giovani, nella consapevolezza che la buona musica è sempre frutto di un buon lavoro di squadra. A Birzeit i ragazzi del prestigioso Conservatorio Nazionale Edward Said, le giovani promesse della musica palestinese,  si riuniscono per qualche giorno: "Ogni anno organizziamo un campo estivo, o anche più di uno, per i nostri studenti del conservatorio nazionale, e invitiamo anche persone esterne a venire per vivere un'intensa esperienza musicale tutti insieme. Gli studenti del conservatorio hanno lezioni lungo tutto l'anno e non hanno molte occasioni per suonare insieme in gruppo. Perciò questo campo intensivo si concentra sulla musica di gruppo, d'ensemble; abbiamo fatto lezioni sull'improvvisazione di gruppo, su come scrivere musica cioè sulla composizione, ma anche sulla composizione fatta non semplicemente usando penna e matita ma in gruppo, perciò tirando fuori idee, memorizzandole e mettendole insieme. Una delle sfide più grandi in Palestina è riuscire a far riunire la gente, a causa delle difficoltà degli spostamenti. Abbiamo studenti di Ramallah, per esempio, che non possono andare a Gerusalemme a suonare con gli studenti di Gerusalemme; perciò è molto importante averli riuniti qui a Birzeit. Qui possono davvero stare insieme, e non è scontato perchè ci sono studenti che non possono frequentarsi a causa della situazione generale" (Jay Crossland, direttore accademico Conservatorio Nazionale Edward Said).

Il livello musicale è notevole: questi ragazzi, poco più che bambini, prendono sul serio la musica; tanti strumenti, tante mani e tante voci, uniti a creare una musica che non ha bisogno di essere spiegata ma che chiede di essere ascoltata. "Per me è davvero un sogno partecipare a questo campo estivo perchè studio il violoncello e qui posso crescere e suonarlo sempre meglio. Sono anche entrata nel coro, canto da quando avevo sette anni, cioè da ormai sei anni. Ultimamente sono molto migliorata nel canto, e posso cantare in diverse lingue: arabo, francese e inglese. Questo campo è molto bello, qui siamo tutti amici e formiamo  un solo gruppo. Tutto è andato per il meglio e perciò sono molto contenta" (Jawa Barghouti, studentessa del Conservatorio Edward Said).

I maestri del conservatorio guidano i ragazzi e insegnano loro non solo a suonare insieme, ma anche a stare insieme: oltre alla bellezza, la musica porta con sè il valore dell'unità, perchè le note musicali non hanno lingua, appartengono a tutti; quando risuonano, tacciono le parole di divisione. "Noi del conservatorio nazionale palestinese Edward Said organizziamo da tanti anni questo campo estivo; possiamo farlo solo qui a Birzeit perchè nella situazione geo politica palestinese attuale è difficile incontrarsi in altri posti. Per questo abbiamo deciso di riunire tutti gli studenti del conservatorio qui, dove ci esercitiamo con gli strumenti e il canto, in ogni tipo di musica: araba, classica, corale, e tanti altri generi. Siamo contenti di poter organizzare questo incontro ogni anno perchè questi campi sono occasione per i nostri studenti di divertirsi e imparare, tutti  insieme" (George Ghattas, maestro di musica).

Se per i musicisti palestinesi è difficile spostarsi da una cittadina all'altra della loro piccola nazione, non incontrano certo le stesse difficoltà di movimento gli importanti cori stranieri che per intervenire a questo festival hanno volato da un continente all'altro. Dall'Inghilterra, dalla Francia e dall'Australia, sono venuti a dare il loro contributo ai numerosi concerti in cui le voci straniere si sono mischiate a quelle palestinesi. Vicino a Betlemme, nella chiesa parrocchiale di Beit Jala, c'è stata una delle esibizioni del coro del St Peter's college dell'università inglese di Oxford: il canto, accompagnato dalla melodia di archi suonati da mani esperte, ha suscitato entusiasmo e applausi scroscianti. A dimostrazione ancora una volta che la musica è un luogo di incontro, di ascolto e di apprezzamento dell'altro, dove le diversità superficiali si compongono nell'universalità dell'arte e dello spirito.

"La cosa importante che si sperimenta in questa parte di mondo è la diversità delle persone, rispetto a quelle che si incontrano a Oxford. I problemi che affrontano sono molto diversi dai problemi che affrontiamo noi una volta tornati a casa. E quando si vive e si lavora con persone come queste, si comincia a provare empatia e a capire le particolari vicende che devono affrontare, e sto parlando di entrambe le parti coinvolte. é molto importante per i giovani inglesi, quando studiano le materie del loro corso di studi, che spesso sono materie molto accademiche, capire che in realtà la cosa più importante che si possa imparare è capire come le persone lavorino e collaborino tra di loro; è questo è il motivo per cui siamo qui" (Jeremy Summerly, direttore musicale del coro del Saint Peter's College di Oxford).

È bello vedere questi talentuosi giovani universitari inglesi cercare sinceramente di capire questo piccolo e strano mondo in cui si sono immersi per qualche tempo, e soprattutto cercare di entrare in relazione con i loro omologhi palestinesi, così simili nei sogni e nelle passioni ma così diversi nelle possibilità.

"Cantare al Palestine Choral Festival per me significa esibirmi in una parte completamente nuova del mondo, in un ambiente totalmente diverso da quello a cui sono abituato, e significa anche cantare di fronte a persone che non ascoltano necessariamente questo tipo di musica. Lavorare con i cori locali e con i musicisti del posto è stata un'esperienza davvero toccante perchè la musica è diventata la porta d'accesso ad una cultura completamente nuova" (Sam Buttler, coro del Saint Peter's College di Oxford).

"Per me il Palestine Choral Festival è davvero fantastico perchè riunisce così tante persone da tutto il mondo, provenienti da luoghi molto lontani. Credo che la musica sia un grande livellatore e che porti unione all'interno delle comunità. Ci siamo divertiti molto a cantare in questi luoghi, e le ultime due settimane sono state davvero belle: abbiamo visitato e imparato a conoscere la Palestina e l'area circostante, e ci siamo fatti nuovi amici" (Alexandra Halliday, coro del Saint Peter's College di Oxford).

"Cantare in Palestina è davvero speciale per me; questa è un'area del mondo provata davvero da tanti conflitti e da moltissime difficoltà, ma quando facciamo musica portiamo pace alla gente, felicità e gioia, e uniamo le persone; e penso che questo sia il motivo per cui il festival di cori è così speciale, perchè porta pace ad una regione che solitamente ne vede veramente poca" (James McEvoy Stevenson, coro del Saint Peter's College di Oxford).

Gli intensi giorni del festival sono confluiti nell'esibizione finale di tutti i partecipanti. Il concerto conclusivo si è tenuto nel grande auditorium dell'altrettanto grande università di Birzeit, dove per una sera note straniere e melodie familiari sono risuonate insieme.

"Questo è stato un festival di cori, sono venuti cinque importanti cori da diverse parti del mondo invitati dal Coro di Londra, ed hanno collaborato con più di quaranta cori locali. Ci sono stati più di quaranta concerti durante questi dieci giorni, e molti workshops con cantanti e cori, palestinesi e internazionali. È stato davvero un grande progetto con un'importante collaborazione tra cori palestinesi e cori internazionali. Speriamo che tutto questo apra le porte a sempre più numerose attività musicali in Palestina" (Suhail Khoury, direttore generale del Conservatorio Nazionale Palestinese Edward Said).

Nell'allegria della festa conclusiva, stride l'assenza del coro dei giovani di Gaza, invitato allo spettacolo: il loro palco è rimasto vuoto, ma le loro voci sono ugualmente risuonate. "Abbiamo lanciato il cd del coro dei ragazzi di Gaza. I ragazzi di questo coro non sono potuti venire a Ramallah o a Birzeit stasera, perchè gli israeliani non hanno loro permesso di lasciare Gaza. Abbiamo provato a stabilire un contatto con loro; non è riuscito molto bene, ma stasera abbiamo comunque fatto ascoltare la loro musica attraverso il cd e siamo molto contenti di lanciare il primo cd di questo coro, e speriamo che li renda famosi" (Suhail Khoury, direttore generale del Conservatorio Nazionale Palestinese Edward Said).

Certo è triste constatare che nemmeno in un'occasione così bella si riescano a scalfire l'ottusità dei divieti, ma per fortuna la musica viaggia nell'aria, e non deve attraversare i check point per giungere alla gente e donar loro libertà e bellezza.

LA MEMORIA DI SANTA MARIA MADDALENA ELEVATA A FESTA

E’ la prima volta che il centro Maria di Magdala, situato proprio a Magdala sulle sponde del lago di Tiberiade, ospita una celebrazione aperta a tutti. Sono i primi passi di questo centro che giorno dopo giorno va crescendo. La novità di quest’anno è data dalla liturgia: il Santo Padre infatti ha elevato la memoria di santa Maria Maddalena a festa per tutta la Chiesa. "Quest’anno 2016 per la prima volta la memoria liturgica di santa Maria di Magdala si celebra come festa per tutta la chiesa universale. Ovviamente qui a Magdala la celebriamo con particolare solennità e gioia ed è appunto per questo motivo, voluto da papa Francesco, che abbiamo voluto fare una festa particolarmente grande, invitare tutte le chiese locali della Galilea, le scuole cattoliche; come potete vedere abbiamo tanti tanti visitatori e tanti fedeli che vogliono celebrare con noi e con tutta la chiesa" (Padre Juan Solana).

Non tutti forse sono in grado di apprezzare la novità che si è prodotta nell’annuale ricorrenza: "Era una memoria, adesso è festa, cioè dal punto di vista liturgico è un grado superiore e, in fondo, tra quelli che hanno accompagnato Gesù solo gli apostoli finora avevano ottenuto il grado di festa. Da oggi in poi possiedono il grado di festa non solo gli apostoli, ma anche quella che è stata chiamata l’apostola presso gli apostoli, e cioè santa Maria Maddalena" (Monsignor Giacinto Marcuzzo).

Gli ampi spazi del centro Maria di Magdala hanno accolto i pellegrini. La celebrazione eucaristica si svolge nella nuova Chiesa, la prima e finora l’unica parte ultimata dell'intero complesso. Sull’ingresso c’è la scritta “Duc in altum”, citazione evangelica ripresa da Giovanni Paolo II per il giubileo del 2000. La parte più originale dell’edificio sacro, che si apre sul lago distante pochi passi, è l’altare costituito da una barca, con il tabernacolo, la lampada dei pescatori, la rete e l’albero a forma di croce. Tutto serve a ricreare l’ambiente vissuto da Gesù con gli apostoli sulle sponde e sullo specchio di questo lago. Ma qui siamo a Magdala, e la memoria passa dagli apostoli  a Maria, questa discepola di Gesù che ha tanto spazio nel Vangelo. "La santa Maria Maddalena di Magdala non è la peccatrice per antonomasia, come spesso si sente dire; è certamente, invece, una donna alla quale Gesù ha fatto molto bene, infatti il Vangelo dice che Gesù ha fatto uscire sette demoni da lei e cioè ha fatto uscire da lei il male. Che tipo di male non ci è dato sapere, se male fisico, morale, eccetera. In ogni caso, Maria Maddalena è stata certamente una persona, ed è questo il punto sul quale la liturgia oggi insiste molto: aver tanto amato Gesù, aver seguito Gesù fin sotto la croce e averlo accompagnato fino alla tomba; e alla tomba pregava, sostava, vegliava, ed è la prima persona ad aver visto Gesù risorto, e infatti è stata proprio lei ad aver annunciato questo straordinario avvenimento agli apostoli. "Ho visto il signore!": la prima persona che ha pronunciato questa famosa frase, che noi oggi tanto usiamo, è proprio Maria Maddalena" (Monsignor Giacinto Marcuzzo, vescovo ausiliare di Nazareth).

La celebrazione si svolge come al solito, con preghiere e canti, con una partecipazione molto sentita dai fedeli, che si sentono accolti in questo suggestivo luogo, sicuramente atteso da uno splendido futuro. "Sì, io credo che questo luogo potrà aiutare a far crescere la devozione verso Maria di Magdala, ma è ancora più importante che attraverso l'esempio di questa santa le persone possano incontrare Gesù. Lei ci insegna come aprirsi al potere salvifico di Gesù, al suo amore incondizionato, e allo stesso modo i visitatori potranno venire qui e incontrare Gesù. Quindi intendiamo presentare Maria Maddalena come un modello, un esempio ed un intercessore, affinché ogni persona sperimenti l’amore incondizionato di Gesù" (Jennifer Ristine, direttrice Istituto Maria Maddalena).

Stare e pregare in questi luoghi biblici, in questi luoghi santi, aiuta certamente a riflettere e a ripensare alla propria vita, ma anche a ritrovare la forza per riprendere il cammino. "Credo che Maria Maddalena sia una testimonianza molto forte per noi, un esempio del perdono che dobbiamo non solo agli altri ma anche a noi stessi; Dio l’ha perdonata, Dio l’ha liberata dal male, qualsiasi esso sia stato; ma non solo: lei si è lasciata perdonare, lei si è lasciata trasformare; è così che poi la vediamo seguire Gesù fino all’incontro con il Risorto, pienamente libera" (Padre Juan Solana).

UNA RAPPRESENTANZA DI GIOVANI DI BETLEMME E' PARTITA PER LA GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ DI CRACOVIA

Anche da Betlemme è partita una rappresentanza di giovani che sarà presente alla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia. Si sono riuniti presso l’Istituto Salesiano per gli ultimi accordi e per completare quella preparazione spirituale che è il bagaglio più prezioso da portare con sé e da offrire agli altri ragazzi. "Questa esperienza della Polonia è molto bella perché ci fa incontrare con giovani provenienti da altri paesi e insieme a loro condividiamo il nostro amore, in un tempo in cui stiamo perdendo l’amore. In particolare tra i ragazzi e le ragazze: i loro interessi principali sono i soldi, le feste, i vestiti. Perdiamo la spiritualità della nostra fede, cioè l’amore. Ma con l’amore possiamo costruire la misericordia e la pace per tutti. Attraverso l’amore che si rinnova tra di noi in Polonia annunciamo la gioia per tutti. Il grande numero di partecipanti ci permette di mandare il messaggio forte che la pace può esistere" (Jessica Salameh).

C’è chi va per la prima volta e chi ritorna con nostalgia: "Io sono già stato in Spagna a Madrid ed è stata una bella esperienza perché ho incontrato tante persone di fede diversa, che pregavano intensamente: è stato un viaggio indimenticabile. Ho voluto ripetere l’esperienza e quando ho saputo che avrebbero fatto l’incontro nella città di Giovanni Paolo II ero molto contento. Ho deciso di andare con il gruppo della Palestina, e incontreremo tanti giovani che condividono la spiritualità della misericordia, perché siamo nell’anno della misericordia. Sono assai contento di rinnovare questa esperienza nella città di Giovanni Paolo II" (Ibrahim Murra).

La Polonia esercita il suo fascino, offre un messaggio speciale, soprattutto in quest’anno della Misericordia: "Per prima cosa, voglio ringraziare Dio che ci dà la possibilità di incontrarci con giovani e culture diverse e di andare in questo paese, in Polonia, perché la Polonia è un simbolo di misericordia. Perché è il paese di papa Giovanni Paolo II, là ci sono inoltre dei santi della misericordia, come la santa Faustina. In questo viaggio incontreremo altri popoli di diversa cultura, e con noi ci saranno anche alcuni giovani da Gaza: per loro era un sogno partire per questo viaggio. Per noi giovani è molto importante stare vicini a Dio, lui deve essere al primo posto nella nostra vita, in un mondo dove tanti giovani hanno dimenticato di avvicinarsi a lui" (Jwan Thalgieh).

In totale i giovani palestinesi presenti a Cracovia sono 180: sanno di aver qualcosa da dire con la loro esperienza di vita cristiana in un territorio provato sotto tanti punti di vista. "Noi racconteremo come vivono i cristiani qui, e per esempio gli statunitensi potranno dire come vivono i loro problemi. Anche se pensiamo che ci siano altri popoli che vivono meglio di noi, ce ne sono tuttavia altri che vivono peggio. Ciò nonostante, noi palestinesi abbiamo l’occupazione, la difficoltà di muoverci e la mancanza di libertà. Ad esempio uno dei nostri problemi è che io parto da un aeroporto e il mio amico parte da un altro aeroporto e da un altro paese. È in fondo un privilegio che possiamo andare; conosco tanti dalla Cisgiordania e da Gaza, che non possono andare, per colpa della situazione: o non hanno il permesso o non hanno il visto" (Marcel Handal).

Ognuno porta la sua esperienza e  la sua testimonianza. Il confronto tra i giovani è sempre pieno di suggestioni. Ma le esperienze più belle restano quelle specifiche della fede e dei sacramenti. In esse tutti ci ritroviamo e formiamo unità. "Voglio dirvi una cosa che dimostra quanto Dio è misericordioso: la sua misericordia è presente in tanti avvenimenti di cui non ci possiamo rendere conto, ma il luogo dove più è presente la misericordia di Dio è il sacramento della confessione. Dio ci ha dato questo sacramento per renderci misericordiosi, e lo ha lasciato con noi per sempre. Questo sacramento è molto vitale per noi, è molto sacro, è l’elemento centrale della nostra fede" (Mirna Khair).

Il pensiero finale lo lasciamo all’animatrice, che tanto si è data da fare per il suo gruppo di Betlemme: "Il papa Francesco dice ai giovani: ‘Dio ci aspetta’, Dio ha fiducia in noi. E ugualmente Gesù ripete: ‘Venite a me e non abbiate paura’. Davvero Dio ci aspetta e aspetta ciascuno di voi, Dio si ferma vicino al cuore di ognuno e lo aspetta; Dio ha tante cose da dirci, vuole parlarci. Gesù ci conosce personalmente, perché siamo le sue pecore e lui è il buon pastore. Gesù è sicuro che sentiamo la sua voce e facciamo la sua volontà, ha fiducia del messaggio che ognuno porta con sé e che offre a tutto il mondo, cioè un messaggio di amore e di pace. Gesù è sicuro che noi possiamo fare, perché la nostra grazia e forza arrivano attraverso di lui. Adesso tutti insieme siamo pronti a partire per la Polonia, venite con noi!" (Fida' Salsa').

 

UN NUOVO MOSAICO PER LA CHIESA DI SAN PIETRO IN GALLICANTU A GERUSALEMME

Il Santuario di San Pietro in Gallicantu a Gerusalemme si trova sulla sponda destra del Cedron, poco sotto il Cenacolo, ed è costruito sul luogo identificato fin dai primi secoli come  la casa di Caifa. Come ricorda il Vangelo, dopo il suo arresto al Getsemani nella notte tra il giovedì e il venerdì santo, Gesù venne condotto legato alla casa di Caifa e qui venne interrogato, deriso e condannato dal Sinedrio.

Il vespro inizia all’aperto, e poi prosegue attraverso il nuovo percorso che conduce alla strada romana che ancora riemerge tra le rovine del sito. E’ davvero suggestivo salire quegli stessi gradini percorsi da Gesù una prima volta discendenndo dal cenacolo vero il Getsemani, e una seconda volta dopo il suo arresto per essere condotto alla casa di Caifa. Proprio dove termine la scala romana c’è un piazzale con un gruppo statuario molto realistico, che ripresenta la scena qui avvenuta. Mentre Gesù era sotto interrogatorio, Pietro stava nel cortile della casa a scaldarsi al fuoco, quando una giovane portinaia sembra riconoscerlo come un discepolo di Gesù. Pietro lo nega decisamente, e ripete per tre volte di non averlo mai conosciuto. E a quel punto il gallo canta, e Pietro si ricorda che poche ore prima Gesù gli aveva annunciato il suo rinnegamento.

La chiesa di san Pietro in Gallicantu ha origini antiche, infatti il pellegrino di Bordeaux dice di averla visitata nel 333. Questo luogo ricorda il rinnegamento di Pietro, ma soprattutto il suo ravvedimento, la sua conversione definitiva a Cristo, attraverso il pianto amaro che qui ebbe inizio. La stessa scena è rappresentata sul portale del santuario: "Questo portale ricorda che durante l’ultima cena Gesù aveva annunciato che sarebbe partito e che per il momento i discepoli non avrebbero potuto seguirlo. Pietro allora aveva giurato che, se anche tutti lo avessero abbandonato, lui no, sarebbe stato pronto ad andare in prigione e a morire insieme a Gesù. Gesù allora gli aveva detto: “Sei troppo sicuro di te stesso, Pietro, prima che il gallo canti la prima volta, tu mi avrai già rinnegato tre volte”. Questo esprime il portale. I fatti sono accaduti esattamente qui, ed è per questo che sulle icone si rappresenta sempre il gallo su una colonna, perché è Gesù a parlare del gallo" (Padre Alain Marchadour, Monastero dei Padri Assunzionisti).

I fedeli poi sono entrati all’interno del santuario. Nell’omelia è stata evidenziata la grandezza di Pietro che qui ha iniziato la conversione poi completata con l’effusione dello Spirito Santo nella Pentecoste: "San Pietro con il Santo Spirito che Gesù ha soffiato sugli apostoli il primo giorno della resurrezione, ha cominciato a credere in Gesù, non solamente che è risorto, è più che risorto; ha creduto che Gesù è una sola cosa con il padre, è mandato dal padre, è il figlio di Dio, e questa è la bellezza, la bellezza che san Pietro ha conosciuto davvero chi è Gesù  Cristo" (Monsignor Jules Zerey, chiesa greco ortodossa).

La celebrazione dei vespri è stata anche l’occasione per benedire il nuovo mosaico che verrà a completare la bellezza di questa chiesa. In questa chiesa dove tutto è sotto il segno della croce, in quest’anno dedicato alla misericordia, si è voluto aggiungere alle decorazioni già presenti, una crocifissione: sulla sinistra Maria, la madre che stava sotto la croce, e sulla destra Giovanni, l’apostolo prediletto. Al centro il Crocifisso, non nudo e sofferente, ma con le vesti sacerdotali e la corona di gloria sul capo, quale sommo Sacerdote della divina Misericordia. "Questa icona trova collocazione su un grande vuoto che si trova in fondo alla chiesa, dove prima c’era Maria regina dei martiri, e chiaramente questo vuoto aspettava di essere completato da queste icone, che rappresentano Cristo in croce con Maria e Giovanni" (Padre Alain Marchadour, Monastero dei Padri Assunzionisti).

Il nuovo mosaico, con i suoi splendidi colori, non è ancora posizionato al suo posto: è stato portato qui provvisoriamente perché non è ancora del tutto completo, e dovrà tornare nel laboratorio di Gerico per gli ultimi ritocchi. Tuttavia tra poche settimane i pellegrini in visita a san Pietro in Gallicantu lo potranno ammirare nella sua sede definitiva, e contribuirà a riscaldare l’atmosfera spirituale che in questo santo luogo si avverte.

 

TERMINA IL RAMADAN: NON E' SOLO PREGHIERA E DIGIUNO

Ramadan è conosciuto come il mese del digiuno e della preghiera; in Terra Santa, accanto ai mussulmani, se ne coglie e se ne apprezza il valore riconciliativo e conviviale. Siamo a Ramallah: la parrocchia latina già da alcuni anni offre ai dipendenti del Comune il famoso iftar, cioè quella abbondante cena che conclude la giornata di  digiuno. Il più delle volte ci si invita tra parenti e conoscenti, ma qui è consuetudine che anche le istituzioni offrano queste cene tradizionali, dove si ristabiliscono o si ravvivano rapporti di buona relazione e di amicizia. Il nuovo è che la comunità cristiana si mobiliti per invitare e offrire durante questo mese un iftar. "Con tanta gioia, la chiesa della santa Famiglia di Ramallah continua ad organizzare l'iftar per i dipendenti del comune di Ramallah. Queste persone appartengono alla classe operaia, sono coloro che di solito non vengono invitati altrove per l'iftar. Da cinque anni si ripete questa iniziativa, per quasi 150 lavoratori che operano nel servizio di pulizia del comune di Ramallah" (Ghassan Zyadeh, parrocchia di Ramallah).

Il piatto tipico della cena è il mansaf: "Da stamattina stiamo preparando il cibo qui, speriamo che sia buono. Stiamo ora preparando il Mansaf, cioè yogurt, carne di agnello, riso, con pane. Certo, il piatto è molto rinomato qui in Cisgiordania" (Mohammed Abu Obeid, proprietario del ristorante Abu Obeid di Ramallah).

Invitati speciali di quest'anno sono i dipendenti del Comune di Ramallah: "Questo è un evento che organizza la parrocchia da due anni e questa è la seconda volta. È già stata fatta da un prete prima, quest'anno ha un significato molto speciale perché è l'anno della misericordia. Abbiamo pensato con il Consiglio Pastorale di invitare tutte le persone del comune che puliscono le strade, che puliscono la spazzatura di Ramallah, per onorarli un giorno durante il mese di Ramadan. Sarà un segno di amore e gratitudine per loro, per il bel lavoro che fanno" (Padre Ibrahim Shomali, parroco di Ramallah).

La cena offerta dalla parrocchia non va intesa come un atto di carità verso i bisognosi, ma piuttosto come un gesto di gentilezza, di riconoscenza, un onore reso a persone che meritano di essere riconosciute e stimate. "In consonanza con l'anno della misericordia, questo è un atto di carità, un atto di misericordia, ma senza quel senso di superiorità nel guardare dall'alto la gente: qui consideriamo le persone tutte uguali, piccoli, umili, grandi, cristiani, musulmani, sono tutti ugualmente creatura di Dio. Loro, gli uomini, possono avere misericordia anche di noi, ciascuno deve avere pietà dell'altro, e nessuno è solo oggetto di misericordia: tutti siamo oggetto di misericordia, perchè tutti ugualmente piccoli, umili, e tutti ugualmente grandi, come Dio ci ha fatti grandi; per questo nessuno è migliore dell'altro" (Michel Sabbah, patriarca emerito di Terra Santa).

Il valore di una cena imbandita tra realtà così diverse balza evidente: diventa un simbolo. "Per mezzo di questo incontro abbiamo questa sera l'occasione di far conoscere lo spirito di Ramallah. E' proprio questo il vissuto della gente di Ramallah, che sta insieme senza conflitti nonostante le diversità che esistono all'interno della città. E' il quinto anno che la Chiesa invita gli impiegati della municipalità all'iftar nelle strutture della parrocchia. Ormai fa parte delle tradizioni della città. Cristiani e musulmani, stiamo condividendo la nostra storia e condividiamo anche il nostro futuro in Palestina, e ciò che stiamo facendo oggi fa parte di questo stile di vita" (Mousa Hadeed, sindaco di Ramallah).

La pacifica convivenza tra cristiani e mussulmani, lo sappiamo tutti, è tutt'altro che scontata. I segni di reciproca accoglienza sono dunque fondamentali per mantenere un buon clima sociale. Ramallah non è l'unico luogo dove ciò accade. Anche nel salone parrocchiale di Beit Jala, cittadina alle porte di Betlemme, è stata organizzato un analogo evento di condivisione: "Noi della parrocchia di Beit Jala organizziamo da tanti anni questo evento, dove offriamo una cena ai nostri fratelli e amici musulmani del paese. Dall'anno scorso invitiamo la gente più povera, i lavoratori del municipio, che puliscono la strada di giorno, davanti alle nostre case; abbiamo invitato anche i poliziotti che si occupano della sicurezza e del bene di tutti, e anche i fratelli musulmani di Beit Jala, l'imam e altri, il sindaco: insomma, questa è una cena per le persone della parrocchia e della città intera. Quest'anno è l'anno della misericordia, come ha voluto papa Francesco; misericordia vuol dire amare l'altro, stare insieme all'altro, essere vicini al più povero, cioè a colui che ha più bisogno del nostro amore e della nostra misericordia. Dunque questo iftar è una risposta alla richiesta del papa, che ci chiede di vivere la misericordia nella nostra citta e nella nostra vita, con tutti gli uomini, ma soprattutto con i più poveri" (Padre Achtam Hijazin, parroco di Beit Jala).

Il parroco aiuta con le proprie mani a preparare l'iftar, perché sia degno e apprezzato dagli invitati: "E' stato un invito gradito e siamo stati molto contenti di rispondervi positivamente, di venire qua e di incontrarci, di condividere una buona cena. Diciamo che è una buona cena anche se cade durante il ramadan, perchè effettivamente lo è: riunendo cristiani e musulmani è una cena vera e propria, e avviene di sera" (Abu Bakr, Imam di Beit Jala).

Mangiare insieme è indubbiamente un segno positivo, profondamente umano, denso di significato anche religioso, che apre il cuore ai migliori sentimenti: "Questo iftar non avviene tra famiglie, ma è pubblico; è un simbolo della collaborazione e della fraternità esistenti tra noi e i nostri fratelli cristiani, a Beit Jala e in tutta Betlemme. Betlemme è il luogo dove è nato Cristo, e noi da qui mandiamo un messaggio di pace e di amore a tutto il popolo palestinese, ai cristiani e ai musulmani, e auguriamo al nostro popolo una vita buona" (Fares Abu Hammad, capo della stazione di polizia di Beit Jala).

Qui le relazioni tra cristiani e musulmani sono abitualmente buone, ma vanno comuque rafforzate: "Questa città è riconosciuta come un significativo esempio della convivenza pacifica tra i suoi abitanti, infatti da moltissimi anni cristiani e musulmani hanno vissuto qui con notevole armonia e pace, abbiamo sempre condiviso gli uni con gli altri il cibo, le case, le strade, i mercati, tutti gli aspetti della vita quotidiana della città. Anche oggi si può andare per le strade della città e vedere cristiani e musulmani mangiare insieme, bere il caffè insieme, parlare insieme; celebriamo anche insieme le feste gli uni degli altri, ci uniamo ai musulmani nelle loro festività come per Ramadan, e loro si uniscono a noi quando celebriamo il Natale e la Pasqua" (Amal Hadweh, comune di Beit Jala).

A Beit Jala siamo ai confini con Israele, il discorso istintivamente si allarga oltre il rapporto con i mussulmani, perché qui incombe l'ombra del muro: "Viviamo qui da fratelli, non oggi soltanto, ma da centinaia di anni. Voglio dire in particolare che viviamo tra di noi con gioia. Il nostro attuale ostacolo, che ci fa soffrire ogni giorno e per la cui presenza tutti soffrono, è il muro, che gli israeliani hanno cominciato a costruire da più di un anno. Questo muro che soffoca il popolo palestinese e in particolare la città di Beit Jala, questo muro circonda più della metà delle terre di Beit Jala, ma in questa città tutti i cittadini amano la pace. Noi attraverso la vostra tv chiediamo a tutti gli stati del mondo di sostenere il nostro popolo palestinese e in particolare la nostra città di Beit Jala, perché l'occupazione israeliana sta logorando le terre palestinesi. Ci requisiscono le terre, ma senza terra non c'è popolo. L'obiettivo degli israeliani è di sottrarre terre e così cancellare un popolo" (Nicola Khamis, sindaco di Beit Jala).

Ma questa è una cena, e su tutti i problemi prevale il sentimento e il desiderio dell'amore e della pace senza esclusioni. "Ogni anno, durante le feste, cristiani e musulmani si scambiamo pace e amore. Beit Jala è la prima parrocchia fondata dal Patriarcato Latino in Palestina e invitiamo i musulmani per mostrare il nostro amore e anche l'unità, perché non c'è differenza tra cristiano e  musulmano, siamo fratelli e viviamo in fraternità. Ci auguriamo che venga la pace, la liberazione della Palestina, di vivere insieme con amore tra di noi, non solo con i musulmani ma anche con i nostri fratelli ebrei, con amore e pace" (Amin Hodali, Beit Jala).

La cena ha termine, non hanno termine invece i germi di bene che durante la cena sono stati seminati.

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