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Wadi Abu Nassar parla ad uno dei numerosi incontri per famiglie della parrocchia latina di HaifaLE FAMIGLIE CRISTIANE DI HAIFA: UNA TESTIMONIANZA DI FEDE

Haifa è una città del nord di Israele affacciata sul mar Mediterraneo ed è, a detta dei suoi stessi abitanti, un esempio di convivenza per tutto il paese. Infatti qui ebrei, musulmani e cristiani vivono accanto e insieme, anche se si deve sottolineare che più del 90% degli abitanti sono ebrei. Gli arabi-cristiani sono una minoranza, infatti costituiscono il 4,8 % della popolazione.

La parrocchia latina è tenuta dai Padri Carmelitani ed è molto attiva, infatti ci sono vari gruppi laicali che periodicamente organizzano incontri, perché qui essere cristiani non è solo questione di fede, ma è anche un principio di identità civile e sociale che va coltivato attentamente se non ci si vuol perdere nella maggioranza. Ad esempio non esiste la domenica; qui ci sono solo il sabato per gli ebrei e il venerdì per i musulmani.

Mimi e Basal abitano ad Haifa con i loro bambini, e per loro è difficile essere sempre all'altezza degli impegni di fede: "Come cristiani che vivono in Israele abbiamo molte sfide da affrontare. Siamo prima di tutto cristiani, ma siamo anche arabi, però abitiamo in una nazione ebrea, per questo a volte siamo molto confusi, noi e i bambini. Affrontiamo molte sfide nella nostra vita qui in Israele; è difficile continuare a pregare e allo stesso tempo mantenere il nostro lavoro: non abbiamo molto tempo per venire in chiesa perché la domenica non è un giorno festivo qui, è un giorno della settimana come gli altri in Israele. Perciò conciliare le cose diventa molto impegnativo. Anche per i bambini è difficile, perché loro vedono che non ci comportiamo sempre come cristiani, nel senso che spesso vorremmo manifestare di più la nostra fede e venire più di frequente in chiesa, ma non possiamo farlo: penso che loro vedano queste cose; perciò questi problemi riguardano anche loro" (Basal e Mimi, parrocchia latina di Haifa).

I cristiani di Terra Santa, per quanto siano un piccolo gregge, sono coscienti di essere gli eredi della fede della Chiesa primitiva, sentono di giocare un ruolo unico all’interno della Chiesa universale, come ci tiene a sottolineare Wadi, che spesso cerca di dare consigli a suoi conparrocchiani sulla vita in famiglia: “Dobbiamo essere forti nella fede; specialmente noi cristiani della Galilea, noi che siamo gli eredi degli apostoli dobbiamo comportarci come gli apostoli. Gli apostoli non avevano il Vaticano, non avevano soldi, non avevano una buona educazione, ma avevano fede e lavoravano sodo. Anche noi dovremmo avere fede e lavorare duramente, così diffonderemo la cultura del rispetto; prima dobbiamo cominciare da noi stessi e poi potremo andare nel mondo” (Wadi Abu Nasser, Haifa).

Ma tornando ad Haifa e in modo più generale al contesto culturale e sociale in cui debbono vivere i cristiani nello stato ebraico, le sfide sono davvero molte e sono forti: “La prima sfida è spirituale perché quando le persone vivono in una società non cristiana sono un po’ timide nei riguardi della propria fede, non si sentono così libere nell’esprimerla. La seconda sfida è capire come comportarsi con gli altri, con i musulmani e con gli ebrei. Alcune persone sono intimorite, altre fanno concessioni nei riguardi della propria fede per poter essere accettate dagli altri, e questo è un grande problema perché a volte causa incomprensioni, anche all’interno della comunità cristiana stessa. La terza sfida è la vita quotidiana qui in Israele: il costo della vita è alto, la politica non è stabile, c’è molta violenza all’intorno, altri problemi derivano dalle chiese che non sono molto unite, eccetera. Tutte queste sfide unite insieme stanno compromettendo la forza spirituale delle famiglie. Per esempio, dobbiamo confrontarci con una forte crescita del numero dei divorzi nelle famiglie cristiane in Israele: la percentuale nell’ultimo decennio è del 400%, ed è molto preoccupante. Anche coloro che non divorziano, e parliamo del 40% delle famiglie, sono in qualche modo in una relazione compromessa, anche se rimane all’interno della famiglia. Perciò ci proviamo ad aiutare le famiglie ad affrontare e superare queste sfide dando loro consigli ricavati dalla nostra personale esperienza.” (Wadi Abu Nasser, Haifa)

Nonostante le difficoltà, Haifa rimane un posto privilegiato, dove la tolleranza non si limita alle parole ma si concretizza nei fatti, diversamente da ciò che avviene nel resto del paese. I cristiani se ne rendono conto: “Haifa è uno dei posti migliori dove vivere in Israele, perché ad Haifa abbiamo relazioni relativamente buone con i musulmani e con gli ebrei. Ma sfortunatamente Haifa non è un modello ma piuttosto un’eccezione: nella maggior parte della nazione ci sono tensioni, incomprensioni, che di tanto in tanto sfociano in violenze, ma, parlando relativamente, Haifa resta il miglior luogo in Israele, e stiamo anche sforzandoci di incrementare le cose dando attenzione al rispetto reciproco e alla comprensione tra le varie comunità.” (Wadi Abu Nasser, Haifa)

Non potendo fare affidamento sulle strutture sociali, la formazione e l’identità cristiana sono trasmesse soprattutto all’interno della famiglia, in stretta continuità con la parrocchia. Abbiamo incontrato due famiglie della parrocchia di Haifa che partecipano regolarmente agli incontri della comunità, durante i quali consigliano e si lasciano consigliare, nella consapevolezza di essere tutti simili nelle deifficoltà ma soprattutto nella fede.

Incontriamo la famiglia Shakour: Amira e Naser ci parlano del loro ruolo di genitori di Fadi e Nardeen, ragazzi ormai grandi che hanno imparato dagli insegnamenti dei genitori a vivere nella fede.

“Nella nostra famiglia ci sono quattro figli, quando è nato il primo lo abbiamo portato in chiesa, è stata la sua prima uscita. Poi abbiamo continuato a vivere in vicinanza alla chiesa, ogni domenica andiamo a messa con loro, e poi mangiamo tutti insieme in famiglia, anche se a volte qualcuno manca per degli impegni, e prima di mangiare ci facciamo il segno di croce diciamo una piccola preghiera e benediciamo il cibo; anche prima di dormire siamo abituati a pregare per riposare in pace; prima delle feste ci sediamo insieme a pregare, diciamo la preghiera del giorno e Nasser ci spiega qualcosa della festa perché lui è capace di fare riflessioni approfondite e conosce tutto delle celebrazioni. E coinvolgiamo anche i bambini" (Amira Shakour)

I confronti sono odiosi, ma Haifa è sempre stata una città privilegiata, al nord, una città industriale, una città molto aperta, dove i cristiani respirano meglio: “Haifa è una città di coesistenza, ci sono arabi sia cristiani che musulmani, e anche ebrei, e tutti vivono insieme in pace. Uno delle esempi più significativi di questa coesistenza può essere la Holiday of Holidays, la Feste delle Feste che si tiene ogni dicembre: di solito le tre feste principali delle tre religioni – Hanukkah, Natale, e Feter – cadono a dicembre. Quindi, con questa festa, la città di Haifa celebra questa coesistenza; tutti quanti abbiamo la nostra identità individuale, ma la condividiamo gli uni con gli altri, tutti insieme. Ho vissuto anche a Gerusalemme quando studiavo lì; è un luogo molto intenso e molto diversificato, perché le persone a Gerusalemme sono davvero estreme: se sono ebree, o musulmane, o anche cristiane, ognuna di loro vive nella propria bolla e non sono aperte ad altre culture. Perciò, avendo vissuto qui ad Haifa ed avendo vissuto a Gerusalemme, posso dire che qui le persone sono più spontanee e non ti chiedono da dove vieni o a quale religione appartieni, ma ti accettano come persona; qui a nessuno importa da dove vieni, ma a Gerusalemme invece questa è tra le prime domande che ti fanno: da dove vieni, quali sono le tue origini, se credi in dio o no. Perciò penso che Haifa sia davvero un bel posto dove vivere, e ci sono anche molte occasioni per uscire, piacevoli per i giovani; ci sono anche il mare, le montagne: è un posto bellissimo.” (Nardeen Shakour, Haifa)

Il merito di questa situazione di migliore convivenza sembra vada attribuito principalmente alla amministrazione locale: “Io penso che questo sia merito principalmente dell’autorità, cioè della municipalità e dei sindaci che si sono succeduti: nei diversi periodi i sindaci sono sempre stati tolleranti, hanno accettato le differenze esistenti tra i diversi gruppi e hanno provato a lavorare per la cooperazione di tutti i gruppi. Per esempio, come ha detto mia figlia, a dicembre c’è una festa interreligiosa; recentemente c’è stato un espisodio significativo: a proposito degli incendi che a novembre hanno interessato la zona del Carmelo, il sindaco ha detto ‘cristiani, musulmani, ebrei, drusi, stanno tutti lavorando insieme per spegnere gli incendi’ e questo è diverso dal dire ‘sono gli arabi che stanno appiccando gli incendi’; insomma, ci sono certamente delle differenze, ma in genere vengono accettate.” (Naser Shakour, Haifa)

Che Haifa sia un’isola privilegiata se ne rendono conto i suoi abitanti quando  occasionalmente escono dal loro territorio:Noi come cristiani ad Haifa abbiamo un rapporto particolare con le altre comunità, viviamo in pace con gli altri, i veri problemi iniziano quando usciamo dalla città: si comincia a pensare alla discriminazione, veniamo trattati in modo diverso e questo è scoraggiante e cominci a pensare “perché mi trattano così?”. Però piano piano cominci a capire come trattare con gli altri, e questo ti rafforza anche nella fede. Quando qualcuno viene a chiederti del tuo credo, della tua cristianità e della tua identità, questo ti incoraggia a riflettere più intensamente sulla tua identità e su chi sei veramente. Queste circostanze ci danno coraggio più di quanto non ci spaventino. Quindi in un certo senso è anche un bene mettersi alla prova in queste situazioni, perché ne usciamo rafforzati.” (Fadi Shakour, Haifa)

Difficoltà suscitate dall’ambiente esterno ce ne sono e ce ne saranno sempre. Il valorizzare la famiglia, la persona, è sicuramente il rimedio più alla portata di mano e più efficace: “Le pressioni che vengono da fuori ci sono sempre state, anche ai tempi di Gesù, la famiglia deve sapere come rimanere compatta e unita di fronte a queste difficoltà, deve costruire una corazza che la protegga dalle pressioni esterne. Questa è la vera forza: se tu hai potuto preservare te stesso da dentro, puoi essere forte anche all’esterno; per fare questo ho bisogno prima di capire chi sono, di conoscere la mia identità, di viverla anche; è questo che mi da la forza di uscire nel mondo esterno ad affrontare le difficoltà, e anche di avere la pazienza per confrontarmi con gli altri e rimanere sulla strada indicata da Gesù nell’affrontare le questioni.” (Naser Shakour, Haifa)

L’ostilità o l’indifferenza dell’ambiente circostante possono essere una negatività; altre volte sono uno stimolo per un giusto confronto e per una crescita più robusta della propria personalità: “Come posso preparare i piccoli, mio nipote e prima ancora i miei figli, ad affrontare la società? Dando loro la possibilità di esprimere sé stessi, la libertà di esprimersi accettando le differenze dentro la famiglia stessa, così quando andranno fuori avranno la capacità di confrontarsi con queste differenze. Devo prepararli alla società ma devo anche dar loro i mezzi per poter rispondere al bene con il bene, per poter dire che c’è un errore quando c’è un errore, e per poter esprimere sé stessi positivamente. Noi tutti abbiamo qualcosa di buono e noi tutti abbiamo dei difetti; si comincia a capirlo dentro la famiglia, nella relazione tra i figli, con noi genitori, con i nostri vicini, nel lavoro; mi auguro che i nostri figli abbiano sempre la forza di capire le situazioni e di sapersi anche esporre quando c’è bisogno di farlo, così che lo spirito santo possa parlare attraverso di loro con verità e chiarezza.” (Naser Shakour, Haifa)

E’ bello sentire come sia possibile far crescere una buona famiglia in mezzo a un mondo di tenebre. I suggerimenti di questa signora sono validi e attuabili sotto qualsiasi cielo: “Io cerco di fare in modo di essere sempre uniti, come una vera famiglia cristiana, che almeno si mangi tutti insieme, si preghi insieme, ci vediamo il più spesso possibile, anche se è difficile perché al giorno d’oggi c’è una forte pressione sociale che spinge tutti a correre dietro al lavoro: tutti vogliono soldi, tutti hanno questo stile di vita non perché davvero lo vogliano ma perché è la società che lo impone. Io dico ai nuovi sposi: almeno sedete un po’ insieme, mangiate insieme, dite almeno una preghiera di pace insieme, andate in chiesa ogni tanto, nessuno vi obbliga ad andare in chiesa sempre ma è una cosa utile essere parte di una piccola comunità per preservare la chiesa e preservare la nostra identità cristiana. Il mio consiglio è di stare insieme, di amarsi l’un altro, di incontrarsi la domenica per vivere la festa con gioia, non come un giorno che viene e va e poi finisce come tutti gli altri. Io penso che la fede dentro la famiglia debba essere una fede semplice, non dobbiamo complicare le cose. Per prima cosa, dobbiamo spiegare ai figli che Dio è l’amore, che dobbiamo amarci gli uni gli altri, padre madre fratelli sorelle, tutti insieme; ci piace dare, ci piace stare con la gente, ci piace che la gente stia con noi, si deve imparare ad accettare l’altro per quello che è senza complicare le cose. Quando si fa parte di una famiglia numerosa si deve capire che siamo tutti sulla stessa barca. Se la barca naviga in sicurezza siamo tutti al sicuro. Se la barca ha un buco tutti affondano. Per questo dico amiamoci, accettiamo l’altro, e viviamo con semplicità. E’ così che Dio ci ha detto di vivere” (Amira Shakour, Haifa)

Famiglia, parrocchia e poi scuola. Non esistono in Israele scuole strettamente laiche come intendiamo noi. Tutto ha una identità o ebraica, o islamica o cristiana. Perciò per un cristiano è per così dire indispensabile trovare un istituto cristiano dove vengano formati i propri figli. E’ quello che fanno i genitori del giovane John, George e Hayat Farran: “Noi proviamo ad insegnare la preghiera ai nostri figli per prima cosa a casa: attraverso la lettura del vangelo cerchiamo di fargli comprendere la religione cristiana, cominciamo da quando sono piccoli perché se non facciamo così e non li mettiamo nelle scuole cristiane se noi non radichiamo la fede dentro i figli sarà difficile per loro capirla e accoglierla” (Hayat Farran, Haifa)

La preoccupazione dei genitori è condivisa dai figli, che si sentono più preparati ad affrontare il mondo circostante quando hanno chiara la propria identità: “Io frequento una scuola cristiana, dove imparo anche delle cose sulla religione; andiamo alla chiesa della scuola; non si avverte nessuna discriminazione perché la mia scuola è diretta dalla chiesa. Nella scuola non ci sono difficoltà evidenti, ma cerco di non avere problemi anche nel mondo fuori: andare in chiesa mi da la forza di affrontare tutto” (John Farran, Haifa)

La scuola, con tutta la sua importanza, sta diventando una angosciosa fonte di preoccupazione, perché invece di andare verso una migliore collaborazione con lo stato, in questi ultimi mesi lo stato si è defilato dagli impegni economici: “I finanziamenti alle scuole cristiane sono stati tagliati. Ci sono scuole private ebraiche che hanno invece la copertura totale delle proprie spese, ma i cristiani sono svantaggiati in queste cose. E’ difficile dare un’istruzione cristiana ai propri figli perché le scuole private sono costose, perché lo stato non dà quanto dovrebbe come invece fa con le altre scuole” (George Farran, Haifa)

“Io vorrei che le scuole cristiane fossero finanziate allo stesso modo delle scuole statali, per poter fare tutte le attività che dobbiamo fare, infatti oggi come oggi non ci possiamo permettere lo stesso genere di attività delle scuole pubbliche ebraiche” (John Farran, Haifa)

“Nonostante tutte le difficoltà, le scuole cristiane ricevono sempre lodevoli apprezzamenti. Gli studenti hanno un ottimo livello accademico, ma le paghiamo troppo, non riusciamo a  continuare così. È molto difficile. C’è stato uno sciopero, ma fino ad ora non abbiamo ottenuto nessun risultato tangibile” (Hayat Farran, Haifa).

Anche la famiglia Farran, nonostante le difficoltà, non può che riconoscere le positività di abitare in una città come Haifa: “Haifa è conosciuta come una città di religioni miste, dove cristiani, musulmani ebrei vivono insieme come una famiglia; non guardiamo i musulmani come musulmani, o l’ebreo come ebreo, noi vediamo solo che qui la convivenza pacifica è una realtà e che in ogni angolo di Haifa puoi trovare tutte le religioni: cristiani, musulmani, ebrei, tutti vivono insieme nello stesso palazzo e questo non è mai motivo di tensione. È diverso da quello che succede in altre città, a Gerusalemme per esempio è difficile vivere insieme, c’è sempre tensione tra ebrei e arabi, perché lì la religione dirige ogni aspetto della vita, vivono come se la diversità religiosa venisse prima della comune umanità. Noi invece siamo prima di tutto tutti esseri umani e poi abbiamo una religione, ma la loro vita è subordinata alla religione in senso negativo; per esempio a Tel Aviv non accettano arabi a vivere, perché hanno una cultura e un pensiero differente. Ma Haifa è conosciuta come una città mista dove accettiamo tutti” (George Farran, Haifa)

Nella stessa Haifa le cose possono migliorare. I suggerimenti sono tanti: “Se mi chiedessero di dare un suggerimento allo stato, direi questo: trattate tutti allo stesso modo, indipendentemente dalla fede, musulmana, cristiana o ebrea, non preferite l’ebreo al cristiano o al musulmano, il musulmano al cristiano o il contrario. Vorrei che tutti fossero messi sullo stesso livello, ebrei, cristiani e musulmani” (George Farran, Haifa)

“Un’altra cosa che vorrei è che Israele mettesse negli uffici pubblici e nei luoghi di rappresentanza più cristiani e più arabi, perché quando parliamo nella nostra lingua madre, l’arabo, siamo più a nostro agio e ci possiamo esprimere meglio. È una cosa che ci farebbe percepire di essere tutti uguali. Mentre ora nei centri governativi sono più gli ebrei degli arabi. Questo non ci mette a nostro agio. Non possiamo esprimere correttamente ciò che sentiamo. Se ci fossero più arabi nei luoghi pubblici, questi potrebbero capire meglio i nostri problemi e aiutarci a risolverli in maniera migliore, perché forse anche loro avrebbero gli stessi problemi” (John Farran, Haifa)

Per questi cristiani in situazione di minoranza è facile fantasticare sulla vita nei paesi a maggioranza cristiana. Emigrare poteva essere una soluzione fino a qualche anno fa; adesso non più, adesso vogliono rimanere, sia perché di paesi davvero cristiani non ce ne sono, sia perché l’emigrazione è un ulteriore sradicamento, quando piuttosto il loro compito è di riaffermare la presenza cristiana in questa Terra: “L’idea di lasciare questo paese per un altro a maggioranza cristiana, è un’idea molto bella perché ci permetterebbe di poter vivere il nostro cristianesimo. Ma d’altra parte, nessuno può lasciare il luogo dove è nato e dove ha vissuto, dove vivono e crescono i figli e i nipoti. È difficile spostarsi, credo sarebbe molto difficile. È bello viaggiare e visitare gli stati cristiani. Ma è difficile emigrare stabilmente dal luogo dove sei nato e dove vivi” (George Farran, Haifa)

E allora non c’è di meglio che ripartire dal Vangelo, dalle espressioni più forti del messaggio di Gesù: “A me piacerebbe che ci si ricordi sempre l’importanza di quello che ci ha chiesto Gesù, cioè del perdono, dell’amore e del saper dare” (Hayat Farran, Haifa).

 

(immagini di Roberta Bennato)