BETLEMME RIFLETTE SUL DOPO FRANCESCO
“Una lettura sul pellegrinaggio in Terra Santa del Santo Padre Francesco”: questo il titolo scelto per la conferenza organizzata il 4 giugno dal Centro Al-Liqa di Betlemme. Al-Liqa è un centro studi e ricerche religiose e culturali sul patrimonio del popolo palestinese, cristiano e musulmano, fondato nel 1982 da un gruppo di studiosi palestinesi appartenenti ad ambedue le religioni.
“Al-Liqa” significa in arabo “incontro”. Incontro tra l’uomo e Dio, incontro tra culture e religioni diverse. Ed è esattamente questo l’obiettivo del centro: nell’animare dialoghi interreligiosi ed interculturali, nell’alimentare la reciproca conoscenza tra cristiani, musulmani ed ebrei attraverso incontri, conferenze e pubblicazioni.
L’evento di prima grandezza di Papa Francesco a Betlemme era stato preparato da una conferenza, e oggi tempestivamente Al-Liqa organizza una nuova conferenza per valutarne i primi effetti.
“Ciò che mi aspettavo dal Santo Padre era la sua presenza tra di noi, tra il nostro popolo, nella nostra Chiesa. Io vedo in questo Papa un vescovo della Chiesa che soffre, della Chiesa che è povera, un vescovo che proviene da una Chiesa che ha sofferto. La nostra speranza è che possa capire le nostre sofferenze, chi ha sofferto può capire la sofferenza degli altri” (Geries Khoury, presidente del Centro Al-Liqa).

Papa Francesco è un uomo di grande respiro, e il suo viaggio non si è fermato alla Chiesa, e nemmeno alle chiese. Apertura completa verso la realtà musulmana ed ebraica.
“Il Santo Padre è venuto per la chiesa locale, ma voleva incontrare anche i non cattolici, i non cristiani. Il suo linguaggio, i suoi discorsi, le sue omelie avevano un valore universale, perchè lui è un Papa per tutti. Questa è la sua grandezza. Lui non vuole far vivere I suoi cristiani in un ghetto cattolico, vuole che siano aperti al mondo e che il mondo sia aperto a loro” (William Shomali, Vescovo Ausiliare di Gerusalemme).
Aperto a tutti non significa per il Papa trascurare lo scopo principale del suo viaggio: l’incontro con i capi delle altre chiese e particolarmente con Bartolomeo I. Questo tema dell’unità non è qui in Terra Santa un argomento teologico, ma una questione di vita assai sentita.
“Io non lo reputo soltanto un incontro commemorativo. È una voglia della Chiesa di essere unita: questa è la nostra preghiera, questa è la nostra fede, questo è il messaggio che Gesù ci ha dato: di essere uniti, di essere uno” (Geries Khoury, presidente del Centro Al-Liqa).
“Attraverso questa commemorazione il Santo Padre voleva aprire uno spiraglio verso l’avvenire. È per questo che hanno parlato dell’unificazione della festa di Pasqua, o di come commemorare l’evento del concilio di Nicea: per avere un ravvicinamento, un nuovo punto di incontro” (William Shomali, Vescovo Ausiliare di Gerusalemme).

Qualunque gesto o parole qui in Medio Oriente di solito ha immediatamente una valutazione strettamente politica. Papa Francesco invece ha dimostrato di possedere una capacità più ampia.
“Non ci aspettavamo dal Santo Padre una soluzione politica ai nostri problemi. Ci aspettavamo che parlasse della questione palestinese, del bisogno di giustizia e pace, del rispetto dei diritti umani per entrambi i popoli, ebrei e palestinesi".
Alcuni forse avrebbero voluto sentire delle soluzioni politiche, ma il Papa non è un capo di stato che ha armi e che può mettere pressioni.
"Spero che le sue parole possano smuovere i cattolici di tutto il mondo, affinché si cominci ad agire veramente per raggiungere una pace giusta, per dare al nostro popolo uno spazio per vivere, come tutti gli altri popoli nel mondo” (Geries Khoury, presidente del Centro Al-Liqa).
Papa Francesco non la forza né delle armi né dell’economia, eppure ha già dimostrata di possederne un’altra e più potente. E’ questa che da lui ci si aspetta.
“La sua richiesta è sempre la preghiera, la preghiera per la pace. Attraverso la preghiera ha fatto un miracolo settembre scorso, quando ha chiesto a tutto il mondo di pregare per impedire la guerra in Siria, e il giorno successivo le truppe americane si sono ritirate. Per noi è stato un miracolo, un miracolo avvenuto grazie alla sua preghiera” (Geries Khoury, presidente del Centro Al-Liqa).
Sono passati pochi giorni, ma in tutti è la certezza che il Papa non è passato invano.
“Il Papa è venuto qui, ha sentito la sofferenza della gente, il dolore, e ha portato speranza, un augurio per il futuro. Sentiamo che il Papa ha lasciato un segno: la sua visita non è finita con la sua partenza, idealmente continua perché è ancora viva nella mente e nel cuore delle persone. Il Papa è con loro, prega con loro, soffre con loro” (Issa Qassissiya, Ambasciatore Palestinese presso il Vaticano).
a cura di Francesca Zampini







