MONS. PIETRO FELET ELETTO SEGRETARIO GENERALE DELLA CELRA
GERUSALEMME, 4 NOVEMBRE 2011 - Padre Pietro Felet è il nuovo segretario generale della Cerla, la Conferenza dei vescovi latini delle Regioni Arabe. Sostituisce mons. Camillo Ballin, vicario apostolico dell'Arabia settentrionale.

La nomina di padre Felet (nella foto con il Patriarca Fouad Twal) dei Missionari del Sacro Cuore di Betharram, di origine veneta, vissuto in Terra Santa fin dalla sua infanzia, e quindi profondo conoscitore del mondo mediorientale, è stata decisa nel corso del recente incontro, svoltosi a Roma e presieduto dal patriarca Fouad Twal.
Padre Pietro, che cos’è la Cerla?
«La Cerla è una sigla che significa Conferenza Episcopale Latina dei vescovi delle Regioni Arabe, è una conferenza istituita in occasione del Concilio Vaticano II; i primi incontri avvennero nel 1961 a Roma nel periodo di preparazione del Concilio ».
Di cosa si occupa concretamente?
«È un organismo di “trait d’union” tra il Vaticano e i vescovi del Medio Oriente»
Come ha accettato questo nuovo incarico di Segretario Generale di questa istituzione vaticana?
«Innanzitutto con spirito di servizio. E poi con un sentimento di attaccamento e di amore, non solamente verso la Chiesa di Terra Santa, ma di tutto il Medio Oriente».
Quali sono i compiti che l’aspettano?
«Il compito di coordinare il lavoro dei vescovi latini, trasmettere documenti della Santa Sede, ricevere le risposte e seguire le relazioni tra Santa Sede e i Vicariati e le diocesi del Medio Oriente latino».
Padre Felet, tra le priorità ci sarà sicuramente la questione dei cristiani che si stabiliscono nel Medio Oriente. C’è qualche idea per poter stare vicino a loro?
«So che i vescovi del Medio Oriente, i latini in particolare, poiché i vicariati sono soprattutto di rito latino, e gli altri vescovi cristiani, più di una volta hanno parlato di questo problema. Ci siamo accorti che a fianco della Chiesa locale, dei nativi arabo-cristiani e di quelli che formano ormai la Chiesa di Terra Santa e del Medio Oriente, ci sono anche i non-nativi e che tra l’altro sono molto più numerosi dei primi, sia in Israele sia in Giordania. Una consistente presenza si trova inoltre nel Golfo Persico, cioè a Dubai, nel Qatar, nel Kuwait e nell’Arabia Saudita, dove si stima siano presenti circa due milioni di cristiani, originari delle Filippine, dell’India, dell’Africa, e dell’Europa».
Ma una comunità molto consistente è quella filippina …
«Non conosco esattamente la percentuale negli altri Paesi, ma in Israele riteniamo che ci siano almeno 40mila filippini cristiani che svolgono varie mansioni: impiegati, operai, baby-sitter. Alcuni si sono sposati qui e quindi anche i figli, di origine filippina, hanno ormai la residenza e la nazionalità israeliana».
Ci sarà allora una pastorale per questi nuovi immigrati cristiani?
«C’è una sensibilità che sta crescendo nei pastori della Chiesa del Medio Oriente. In Terra Santa abbiamo parlato più di una volta di questo. Il primo passo, dopo la visita del Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti, è stato quello di approfondire la questione: è iniziato un movimento di coordinamento tra i cappellani delle diverse nazionalità e comunità che si trovano sparse in Israele e in Giordania. Nel Golfo Persico ci sono soprattutto parrocchie costituite per loro. Qui siamo ancora a livello di cappellanie, dove c’è un movimento, una sensibilità per seguire e formare agenti pastorali».

Padre Felet, un’ultima domanda: da una parte la questione del riconoscimento dello Stato palestinese, dall’altra gli insediamenti israeliani. Una sua riflessione su come i cristiani vivono questo particolare momento...
«I cristiani, come tutti gli altri cittadini, sono influenzati più dai mezzi di comunicazione che da un imparziale approfondimento della situazione. Accade che nascano speranze quando si vedono passi anche timidi verso la costruzione della pace, ma poi rispunta la delusione quando si vedono passi ben più decisi all’indietro, verso una situazione senza pace e di insicurezza. Ci sono delle forze, dei soggetti che si compiacciono di vivere nell’insicurezza e nel fomentarla, creando isolamento e tensione».
Nicola Scopelliti












